Johns Hopkins University Press
  • Dante Alighieri nell’Archivio Apostolico Vaticano: un documento del 1320

In sede sia diplomatica che storica copie posteriori di documenti anteriori, se autenticate dai notai, sono abitualmente considerate attendibili. Se così non si facesse buona parte della storia, non solo di Dante Alighieri, ma fiorentina e medievale in genere, sarebbe da rimettere radicalmente in questione. È però importante che il lettore abbia a disposizione tutte le informazioni relative alla trafila che ci tramanda i documenti che riguardano Dante ma che non sono arrivati fino a noi in originale. È importante che il dantista sia ben cosciente di questa trafila, non anodina né esente da ipoteche ideologiche, perché egli stesso contribuisce alla sua prosecuzione. Possiamo però essere radicalmente posti davanti a domande, a dubbi e a interrogativi anche dai documenti arrivati invece fino a noi in originale legale, come per Dante è il caso di un documento preparato dalla Curia romana ad Avignone nel 1320. Le riflessioni che seguono vogliono ricordare che i documenti legali che riguardano Dante (in entrambe le tipologie: copie o originali) debbono essere esaminati con il coraggio di porci ancora domande.

Di norma un originale di un atto legale (talvolta avviene anche per un testo letterario) è un documento costoso: è una bella copia e deve avere caratteristiche materiali e suntuarie particolari. È più usuale che i notai tengano dei regesti degli atti prodotti in libri-archivi generali: un pontefice di saldissima formazione filosofica e giuridica come papa Giovanni XXII (papa dal 1316 al 1334) stabilì per i notai della Curia romana i costi e le tariffe per tutte le procedure di copia autentica, di [End Page 1] pubblicazione e di consegna delle copie agli interessati, per molte tipologie di atti legali. Avviene poi che gli stessi regesti generali e cumulativi siano a loro volta copiati da notai di generazioni successive, perché i documenti sono la memoria cittadina, legale e insostituibile, di catasti e di patrimoni, oppure di condanne o di benefici. Dante è ben edotto sulle questioni legali, e non a caso mantiene a Brunetto Latini il titolo professionale di “ser” in pieno inferno (Inf. 15.30). Nel Purgatorio, quando passa dal girone dei superbi a quello degli invidiosi e deve descrivere un paesaggio roccioso simile a San Miniato, costruisce due terzine piene di reticenza, in cui non chiama per nome né Firenze, né il Mons Florentinus, né la chiesa abaziale, ma ricorda l’epoca di costruzione delle scale con una perifrasi che rimpiange il tempo passato in termini per noi sibillini tanto sono tecnici: “le scalee che si fêro ad etade / ch’era sicuro il quaderno e la doga” (Purg. 12.104–105). Se Dante misura il tempo in termini di “autenticità” affidabile dei documenti, è singolare che anche nella bolgia dei simoniaci quando trova un altro elemento architettonico simile ad una realtà fiorentina, il famoso buco dei battezzatoi, egli costruisca la verità della sua testimonianza apponendovi una garanzia legale “e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni” (Inf. 19.21). Due situazioni architettonico-paesaggistiche dell’aldilà che sembrano archetipi di due monumenti fiorentini (San Giovanni, San Miniato) gli provocano rivendicazioni, puntualizzazioni e recriminazioni in termini legali. E difatti nella decima bolgia egli infligge ai falsari la peggiore delle pene: la rabbia e la follia. E resta una figurina indimenticabile, mista di schifo, di segreti cittadini e di espliciti nomi propri, il folletto Gianni Schicchi, che “sostenne [. . .] falsificare in sé Buoso Donati, / testando e dando al testamento norma” (Inf. 30.42–45).

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I documenti legali, e in quanto tali storici, che riguardano Dante sono raccolti e pubblicati nel Codice Diplomatico Dantesco, la cui ultima edizione è quella del 2016 per le cure di Teresa De Robertis, Giuliano Milani, Laura Regnicoli e Stefano Zamponi. Si tratta di un repertorio meritorio e monumentale, che pubblica accanto ai documenti che contengono la citazione del nome di Dante Alighieri tutti i documenti in cui compaiano i nomi dei parenti e familiari di Dante:

La presente raccolta, che in continuità con una tradizione di ormai quasi due secoli porta il nome di Codice Diplomatico Dantesco (d’ora in avanti CDD), comprende [End Page 2] infatti, in edizione integrale o in casi particolari sotto forma di regesto, tutti i documenti di cui si abbia notizia riguardanti Dante e la sua famiglia: dal primo esponente attestato fino alla generazione dei figli. Si tratta in totale di 328 atti prodotti dall’anno 1131 al 1417, che formano il nucleo principale dell’edizione. A questi si è ritenuto utile aggiungere altri 347 documenti raccolti a vario titolo in quattro appendici – regesti dei documenti relativi a Pietro, figlio di Dante giudice a Verona (30), ai nipoti fiorentini di Dante (20) e a quelli veronesi (289), nonché documenti di dubbia pertinenza dantesca (8) – in una silloge che nel suo complesso comprende 675 unità.1

I documenti in cui compare, a vario titolo, il nome di Dante Alighieri e che siano datati durante la vita di Dante sono molto pochi: CDD 65 (post 1283 marzo 24, ante 1284 marzo 25, Firenze), CDD 70 (1291 settembre 6, Firenze), CDD 74 (1295 luglio 6, Firenze), CDD 76 (1295 dicembre 14, Firenze), CDD 79 (1295 novembre–1296 aprile, Firenze), CDD 80 (1296 giugno 5, Firenze), CDD 83 (1297 aprile 11, Firenze), CDD 86 (1297 dicembre 23, Firenze), CDD 112 (1300 marzo 14, Firenze), CDD 114 (1300 maggio 7, San Gimignano), CDD 115 (1300 giugno 11, Firenze), CDD 116 (1300 giugno 15, Firenze), CDD 117 (1300 giugno 15–agosto 14, Firenze), CDD 120 (1301 marzo 2, Firenze), CDD 121 (post 1297 marzo 24, ante 1301 marzo 25, Firenze), CDD 122 (1301 aprile 14, Firenze), CDD 123 (1301 aprile 14, Firenze), CDD 124 (1301 aprile 28, Firenze), CDD 125 (1301 giugno 19, Firenze), CDD 126 (1301 giugno 19, Firenze), CDD 130 (1301 settembre 13, Firenze), CDD 131 (1301 settembre 20, Firenze), CDD 132 (1301 settembre 28, Firenze), CDD 134 (1302 gennaio 27, Firenze), CDD 135 (1302 marzo 10, Firenze), CDD 136 ([1302 giugno 8], San Godenzo), CDD 141 (1305 agosto 14, Firenze), CDD 144 (1306 ottobre 6, Sarzana), CDD 145 (1306 ottobre 6, Castelnuovo Sarzana), CDD 146 (1306 ottobre 13, Castelnuovo Sarzana), CDD 147 (1306 ottobre 18, Castelnuovo Sarzana), CDD 148 (1306 ottobre 18, Castelnuovo Sarzana), CDD 153 (1308 ottobre 21, Lucca), CDD 160 (1311 agosto 22, Pagnolle Firenze), CDD 161 (1311 settembre 2, Firenze), CDD 168 (1314 maggio 20, Pagnolle Firenze), CDD 169 (1315 febbraio 17 e maggio 24, Firenze), CDD 171 (1315 ottobre 15, Firenze), CDD 172 (1315 novembre 6, Firenze), CDD 186 (1320 gennaio 5, Firenze), CDD 193 (1321 gennaio 4, Ravenna). Commentando questo scarno ma preziosissimo manipolo in riferimento all’edizione fattane da Piattoli, Gianfranco Contini osservava che: [End Page 3]

I documenti ufficiali, quelli riuniti con sapienza archivistica nel Codice diplomatico dantesco (ultima redazione, di Renato Piattoli) appaiono estremamente insufficienti: anche fatta la tara delle devastazioni subite dagli archivi fiorentini (per tacere delle sedi dove travagliatamente si svolse la vita dell’esule), certo questo conferma la natura non grande del personaggio sul piano immediato.2

Il giudizio è espresso con significative litoti sulla portata storica di Dante in relazione al “piano immediato,” cioè nel mondo a lui contemporaneo, ed è un giudizio estremamente equilibrato, ma certo in generale poco condiviso. È però un giudizio scientifico, che nasce su quei documenti reali, e in quanto tale prescinde dalle opere di Dante, ed un giudizio che può essere modificato solo sulla base di nuovi documenti. Quarantuno documenti di stretta pertinenza dantesca sono dunque quelli attualmente repertoriati, su un totale che, si ripete, comprende i 328 documenti del Codice Diplomatico, cui vanno aggiunti i regesti di altri 347 documenti pubblicati nelle quattro Appendici conclusive.

Guardati da vicino i documenti che contengono il nome di Dante Alighieri riservano alcune sorprese. I documenti CDD 86, CDD 112, CDD 115, CDD 120 non esistono (più) materialmente: sono però postulabili. Quindi sono stati ricostituiti sulla base di atti legali posteriori: CDD 86 datato al 1297 è ricostruito sulla base di CDD 231 che è un lodo del 1332, strettamente legato al mutuo di ben 35 anni prima;3 CDD 112, datato al 1300, è postulato sulla base di CDD 228, che è anch’esso un documento del 1332; CDD 115, sempre datato al 1300, è postulato sulla base di CDD 229, sempre del 1332 e sempre inerente alla questione legale di CDD 228; CDD 120, datato al 1301, è estratto da un inventario di scritture del 1322. Il Codice Diplomatico Dantesco è cresciuto con queste entità postulate per gemmazione interna, a ritroso. Questi quattro documenti virtuali, e in quanto tali di necessità frammentari, ricollocati al 1300, hanno permesso di costruire il dossier dei cosiddetti ‘debiti di Dante’: una questione patrimoniale come si vede di lunga durata, riaperta e sistemata dagli eredi di Dante ben dieci anni dopo la morte del padre (CDD 227, 228 e 229 e CDD 230, 233 e 234), il cui preciso significato è però dibattuto ed è variamente interpretato dagli studiosi. Michele Barbi vi leggeva il segno incontestabile di una povertà che minacciava gli ultimi anni fiorentini del poeta, trovandovi, così anticipata, una topica posteriore, quella del “vento secco che vapora la dolorosa povertade” (Conv. 1.3.5), che Dante ha utilizzato a più riprese [End Page 4] per scrivere del proprio esilio, “io sono stato legno sanza vela e sanza governo [. . .] e sono apparito alli occhi a molti che forse che per alcuna fama in altra forma m’aveano imaginato: nel conspetto de’ quali non solamente mia persona invilìo, ma di minor pregio si fece ogni opera, sì già fatta come quella che fosse a fare” (Conv. 1.3.5).4

Un restauro così innovativo, usuale e normale cento anni fa anche in ambito archeologico,5 non è stato limitato ai soli documenti, in relazione al mondo che crediamo di Dante. Già cento anni fa il ‘mondo di Dante’ è stato ripristinato anche a livello architettonico e addirittura urbanistico a Ravenna e a Firenze.6 La procedura ricostruttiva dei documenti non è quindi una novità dell’ultima edizione del Codice Diplomatico Dantesco, ed è espressa già da Barbi nei seguenti termini ricapitolativi, quando stabilisce l’opportunità di raccogliere tutti i documenti

sia se giuntici in originale, sia in copia, sia in regesto antico o moderno, sia semplicemente attraverso l’estratto di un erudito.7

Criteri condivisi anche dai più recenti editori:

Quanto ai materiali che entrano a far parte di questa edizione, i criteri rimangono quelli dichiarati in modo ineccepibile da Piattoli (vd. supra, p. xxxix): scritture, ripetiamo, di negozi giuridici o che sono la memoria di fatti di reale o potenziale rilievo giuridico, redatte nell’osservanza di forme atte a conferire loro valore legale, pervenute in originale, in copia o per estratto, giudicate autentiche e riguardanti esclusivamente la famiglia di Dante, cioè gli Alighieri di San Martino del Vescovo.8

La ricostruzione degli editori può riguardare anche elementi interni ai documenti. Nel documento CDD 74, che è estratto dal registro 4 dei Libri fabarum, per l’anno 1295 il nome di Dante Alighieri è inserito per congettura, una congettura che non sembrava opportuna a Barbi.9 A poco serve la versione ufficiale di questo documento arrivata a noi a firma del notaio Bonsegnore Ghezzi, che nel sincrono Registro delle Provvisioni (5, cc. 113v–117r) omette del tutto questo passaggio del verbale e lascia quindi i moderni restauratori nella più totale oscurità. Nel CDD 136, che riguarda il celeberrimo ‘incontro di San Godenzo’ è la data, molto controversa,10 che è inserita per congettura dagli editori perché il “contenuto della prima riga è andato perduto a causa dell’umidità.” Il documento CDD 171 non contiene il nome di Dante Alighieri, ma tale [End Page 5] nome è stato sorprendentemente reintegrato, tra parentesi quadre, nel solo regesto moderno, con un restauro quindi non totalmente invasivo, ma in bilico tra le ragioni della storia (perché “come ha fatto anche il Piattoli, si è scelto di includere il presente doc. fra quelli di pertinenza dantesca, nonostante manchi il nome di Dante, perché in esso si legge il testo della condanna pronunciata dal vicario regio Ranieri di Zaccaria da Orvieto alla quale fa esplicito riferimento il doc. 172”) e le ragioni dell’opportunità scientifica, forse anche perché il documento sopravvive in una copia autentica e non sincrona, ma posteriore di un solo anno (6 agosto 1316) a quello del perduto originale (15 ottobre 1315).11

I documenti CDD 122, CDD 123, CDD 125, CDD 126, CDD 130, CDD 131, CDD 132 sono tutti desunti dalla stessa fonte: i Libri fabarum 5, cioè uno dei registri in cui venivano verbalizzati in forma schematica e in seduta stante i lavori e le discussioni dei consigli del Comune. È una fonte preziosissima, anche se è una ‘brutta copia’ di elementi che non sarebbero stati tutti copiati nei registri più ufficiali (cfr. CDD 74), e anche se registra in modo veramente sommario gli interventi di Dante nelle discussioni (cfr. il caso limite di CDD 130).

I documenti CDD 144, CDD 145, CDD 146, CDD 147, CDD 148 sono tutti desunti da una stessa fonte, conservata presso l’Archivio di Stato, La Spezia, Archivio Notarile, Pace di Dante. Questa fonte ha attualmente l’aspetto di un fascicolo sciolto (le cui parti, da carte che erano in origine, hanno acquisito il nome di tabulae, se ne veda in CDD anche la riproduzione facsimilare) costruito smembrando il registro di imbreviature del notaio Giovanni di Parente Stupio. Il fascicolo assume così un’evidenza e una importanza materiale che non era nel volume originario (si trattava lì delle cc. 270r–275v), come dimostra anche la presenza iniziale, forse erronea, di un brano poi copiato una seconda volta anche più avanti, al suo giusto posto sequenziale.12 Il dossier Pace di Dante in quanto tale è quindi un prodotto posteriore, che neanche da cento anni ha questa sua forma particolare di fascicolo; in seguito il volume intero e smembrato delle imbreviature del notaio è andato distrutto durante la seconda guerra mondiale, e risultano impossibili lavori di confronto del dossier con l’operato e la prosa latina usuale del suo scrittore.

Gli studiosi non si scandalizzano certo di documenti che non siano sincroni ai fatti che testimoniano, e la distinzione tra ‘documento’ e ‘monumento’ è stata una distinzione fondamentale per la critica [End Page 6] storiografica del secolo scorso, ma bisognerebbe più puntualmente essere edotti su alcuni fenomeni di intersezione non innocente tra le due tipologie, che si sono verificati per questa fattispecie di attestazioni tardive proprio nel caso di Dante. La copia molto posteriore, anche se redatta da notai, comporta infatti alcune caratteristiche evidentemente spurie, e forse anche alcune innovazioni anacronistiche, che vanno segnalate come tali. Esemplare è il caso di CDD 121, documento anch’esso inesistente ma ricostruito dalla copia del 1447 e datato dagli ultimi editori in questo modo “post 1297 marzo 24, ante 1301 marzo 25,” cioè un documento collocabile, proprio perché l’originale è andato perduto, non meglio che in un lasso temporale di quattro anni, calcolati secondo la cronologia fiorentina, ab incarnatione.13 È un documento importantissimo, costituito da una testimonianza del 1447 per questa parte non in latino. Di fatto è un documento ‘costruito’ nel 1447 all’interno dell’Arte collegium et universitas medicorum, aromatariorum et merciariorum Porte Sancte Marie (così nella sottoscrizione del notaio), quando si effettuò lo spoglio di registri sincroni ai fatti, arrivati al 1447 ma non più sopravvissuti fino a noi, registri ovviamente in latino, che contenevano le matricole dell’Arte dei medici e speziali. La testimonianza di CDD 121, proprio per la sua natura di spoglio privo di contesto, è intesa da alcuni dantisti in modo anche meno congruente e di fatto più congetturale, come la testimonianza di una già avvenuta immatricolazione di Dante, che forse sarebbe da arretrare anche a prima del periodo 1297–1301. Questa immatricolazione probabilmente andrebbe pensata già attestata in un registro originale, ma perduto almeno (o già) prima del 1447 e per questa ragione non arrivato nelle mani del notaio Iohannes Francisci Nerii Cechi de Florentia, cioè dell’autore dell’elenco nel 1447.14 Come è successo per gli scavi del Foro Romano, si può smantellare l’esistente fino a ricercare i livelli archeologici dell’età del bronzo: per Dante, di congettura in congettura, si può risalire fino a tutto ciò che abbiamo bisogno di postulare. Ma un conto sono le ipotesi, e un conto sono i documenti. In questo elenco di nomi CDD 121, stilato dal notaio quattrocentista Iohannes Francisci, il nome di Dante Alighieri, penultimo da una perduta c. 15 del perduto registro A (“Al libro primo delle matricole di Firenze segnato A, che comincia nell’anno mccolxxxxviio”), compare nella seguente forma, terribilmente anacronistica:

Dante d’Aldighieri degli Aldighieri, poeta fiorentino. [End Page 7]

Questa matricola, nella sua seconda parte introdotta da una virgola (che, se non è stata introdotta dagli editori del CDD, forse potrebbe avere avuto in origine la funzione più tecnica di segno di richiamo a fianco del nome, ma aver poi determinato la posteriore entrata a testo di un segmento marginale e allotrio), è totalmente differente rispetto ai nomi che la precedono e a quello che la segue in CDD 121: 32 nomi in tutto, che hanno il solo patronimico. La registrazione del solo Dante ha un aggettivo “fiorentino” che è totalmente pleonastico, soprattutto perché tutti i nomi dell’elenco sono fiorentini senza che ciò sia dichiarato per nessun altro della serie, e presenta una dicitura “poeta” che è anacronistica. A mio avviso ‘culturalmente’ anacronistica, a meno che non la si voglia interpretare come ‘referenziale’ e autentica in quel lasso temporale ante 1301, e così legarla alla fortuna della Vita nova. In realtà ci si trova davanti a una stringa di parole “poeta fiorentino” semplicemente spuria. A differenza delle manicule posteriori che sottolineano a margine le comparse del nome di Dante nel quinto registro dei Libri fabarum, e che sono chiaramente identificabili come postille marginali variamente collocate nel tempo, ma che certo non sono pezzi del dispositivo autentico, questa striscia di testo nel documento dell’Archivio di Stato di Firenze, Arte dei medici e speziali, 7, cc. 46v–47r, è storicamente falsa. Speriamo solo che il prestigio di Dante al 1447 non abbia guidato la mano del notaio più oltre delle quattro ultime parole (“degli Aldighieri, poeta fiorentino”).

Anche il documento CDD 65 (post 1283 marzo 24, ante 1284 marzo 25) è un documento di cui si ha solo una copia in lingua italiana, di mano di Carlo Strozzi, copia databile a dopo il 1615 quando una inondazione causò la rovina di documenti fino allora custoditi nel monastero di Santa Maria a Montedomini.

Estremamente complessa è anche la genealogia che si ricostruisce prima della copia da cui si deriva CDD 83, del 1297, che è una notizia in lingua italiana “tratta da un ‘Priorista d’anonimo, scrittura del sec. XVII presso il sig. Antonio Calosi fiorentino,’ a sua volta ricavata da una copia autentica di mano del notaio Scarpa di Rinaldo di Lotteringo,”15 copia tecnicamente autentica questa, perduta ma alla base di tutta la succitata discendenza, che però avrebbe contenuto come indicazione di anno il millesimo 1300, a fianco del quale gli editori inseriscono, tra parentesi quadre, un sic. Almeno in questo caso, cioè davanti a un millesimo non congruente, il controllo critico non può fare a meno di attivarsi [End Page 8] e di operare. È in tutto attendibile la copia di un documento quando ci sono errori specifici di datazione? Il controllo filologico fa il suo lavoro e corregge la data errata con quella plausibile, ma il documento ricostruito CDD 83, il cui regesto recita “Dante e Francesco Alighieri dichiarano di aver ricevuto la somma di 227 fiorini e mezzo d’oro da Andrea di Guido Ricci” in data 11 aprile 1297, è problematico in relazione alla surricordata ‘povertà,’ a tal punto che nel commento si dice: “un’attestazione come quella contenuta in questo doc. non è di per sé prova che Dante e Francesco entrarono davvero nella piena disponibilità della cifra indicata.”16 Cioè? Un documento che non documenta niente di accettabile? Qui il documento ricostruito conterrebbe un dato che non quadra con quanto si ricava dall’interpretazione di altri documenti, forse (quindi?) non è detto che riferisca una realtà (“un’attestazione [. . .] non è di per sé prova”).

Normalmente i documenti vengono considerati fonti per la storia. Nel caso di Dante abbiamo a che fare anche con fonti di varia tipologia da cui ricavare i documenti ‘in senso diplomatico,’ e sarebbe necessaria una vera e propria presa di coscienza epistemologica almeno della varietà tipologica, che è una varietà tipologica cui corrispondono problematiche articolate e varie. Veramente esigue sono però le fonti sincrone restate a Firenze. Anche i celeberrimi documenti del 1302, CDD 134–CDD 135, nel primo dei quali il podestà Cante dei Gabrielli da Gubbio dichiara colpevoli di baratteria gli ex priori Gherardino di Deodato, Palmiero Altoviti, Dante di Alighiero, Lippo di Becca, Orlanduccio di Orlando e li condanna al pagamento del bando, nel secondo, CDD 135, il podestà Cante dei Gabrielli da Gubbio commuta in pena capitale il bando comminato a quindici contumaci, tra cui Dante di Alighiero all’undicesimo posto, sono attestati solo in copie autentiche, la più antica delle quali, Archivio di Stato di Firenze, Capitoli, Registri 19A, è stata eseguita negli anni 1349–1357 da Cicchino di Giovanni de’ Giusti da Modena, coadiutore del notaio delle Riformagioni. E in queste copie di almeno quarantasette anni dopo si assiste significativamente a oscillazioni grafiche sul cognome di Dante.17 Quando Dante Alighieri era oramai Dante, e quando il suo poema in un certo numero di copie era intitolato proprio Dante. Come si vede, in diplomatica il lasso temporale ha un’incidenza totalmente differente che in filologia testuale. Anche il documento CDD 161 in cui, tra molti altri, Dante di Alighiero e i figli di Cione del Bello sono esclusi nel 1311 dall’amnistia nota come [End Page 9] Riforma di messer Baldo d’Aguglione sopravvive solo nel cosiddetto Libro del Chiodo, copia legalmente autentica eseguita intorno al 1358.18

Fatti i debiti conti, tra documenti e testimoni, e considerando i rapporti reciproci tra testimoni esistenti e documenti, il codice diplomatico dantesco è un repertorio molto limitato, e anche più ridotto, come si è visto, di come appare. Con un’altra singolarità: i documenti più interessanti (e anche ‘sincroni’) sono stati prodotti fuori di Firenze, tali il surricordato gruppo CDD 144–148 (Castelnuovo, Sarzana, 6–18 ottobre 1306) e tale il CDD 114 (San Gimignano, 7 maggio 1300), che si trova nel volume sincrono di mano del notaio Tuccio di Segna, oggi all’Archivio di Stato di Firenze, Comune di San Gimignano, vol. 213 “Reformationes. Reformationum et consiliariorum liber factus tempore domini Mini de Tholomeis de Senis honorabilis potestatis comunis Sancti Geminiani scriptus per ser Tucium notarium eius.”

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Il documento conservato presso l’Archivio Apostolico Vaticano in duplice copia, di segnatura rispettiva Instr. Misc. 689A e Instr. Misc. 689B, è un documento autentico e sincrono,19 fabbricato nelle sue due copie, una pergamenacea (Instr. Misc. 689A) e una cartacea (Instr. Misc. 689B), ad Avignone, dal notaio Gérald de Lalo.20 Instr. Misc. 689B è un fascicolo cartaceo ed è copiato da Instr. Misc. 689A, che è un monumentale e accuratissimo rotolo di pergamene incollate,21 lungo 3 metri e 27 cm.22 La copia cartacea è sincrona e si differenzia dalla versione pergamenacea perché è agilmente manovrabile e molto più leggibile: in essa il notaio adopera una minuscola corsiva quasi totalmente priva di compendi e di abbreviature. Non è dunque una copia secondaria, normalmente inserita in un volume-registro di imbreviature. Il circuito in cui questi documenti si muovono è infatti del massimo livello di riservatezza nella Curia romana di Avignone, e non è quello usuale della pubblica notorietà.

Il notaio Gérald de Lalo registra in entrambi questi due documenti due deposizioni rilasciate ad Avignone da un chierico milanese, Bartolomeo Cagnolati, nei giorni 9 febbraio e 11 settembre 1320. La deposizione di Bartolomeo Cagnolati è nota agli storici fin dall’edizione di Konrad Eubel del 1897 e poi grazie a quella di Gerolamo Biscaro nel 1921,23 due edizioni che trascrivono il solo documento Instr. Misc. 689B (anche se all’epoca non era indicato con questa segnatura) che è appunto più leggibile, e che sono adesso superate dall’edizione critica a cura di chi [End Page 10] scrive. In effetti, a distanza di più di un secolo dall’apertura agli studiosi dell’allora Archivio Segreto Vaticano per volere di papa Leone XIII, è necessario ripensare secondo metodologie aggiornate e critiche l’edizione di alcuni documenti ivi custoditi, interessanti ai fini della dantistica e da collocarsi, almeno mentalmente, a pieno diritto nel CDD.

In questa sede non si approfondirà la questione del contenuto specifico della testimonianza, perché è una questione già nota ed è estremamente problematica: Bartolomeo Cagnolati, che è un testimone volontario, tra molte altre vicende che racconta, testimonia con formale giuramento, davanti al notaio Gérald de Lalo e davanti ai più influenti esponenti della Curia di papa Giovanni XXII, che dopo la pasqua del 1320 Galeazzo Visconti, a Piacenza, gli ha parlato di Dante Alighieri, affibbiandogli il titolo di magister. Bartolomeo Cagnolati dice che Galeazzo Visconti (la famosa “vipera che Melanesi accampa” di Purg. 8.80, cioè condottiero sul campo di battaglia delle truppe milanesi) ha cercato in tutti i modi di convincerlo a praticare un’operazione medico-necromantica ai danni di papa Giovanni XXII, effigiato in una ymago (un oggetto magico che Dante mette in rima in Inf. 20.123). Per convincerlo Galeazzo gli ricorda la possibilità che egli avrebbe di convocare al suo posto, per questa stessa incombenza, “magistrum Dante Aleguiro de Florentia.” Nome trascritto nel latino del notaio avignonese secondo una grafia all’epoca tipicamente occitanica, in cui il nesso “gui” equivale al nesso in ortografia fiorentina “ghi.”24 Nome, questo di Dante in un documento originale a lui coevo, la cui portata è relativa, deve cioè essere valutata all’interno del contesto (sorprendente) ben più ampio dell’intera testimonianza.

Ci si soffermerà invece su questioni di natura tecnica, per collocare criticamente questo complesso documento all’interno del variegato sistema tipologico, più sopra ricordato, del Codice Diplomatico Dantesco. Dal momento che il documento è attestato in una duplice copia sincrona, si esaminerà nel seguente paragrafo 3 proprio questa fattispecie in relazione alla Curia romana che l’ha prodotto nel 1320 e, dal momento che di questo documento esistono anche alcuni regesti antichi e moderni, nel paragrafo terminale 4 si proporrà qualche considerazione che nasce dalla lettura di questi interessantissimi strumenti secondari.

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I due documenti dell’Archivio Apostolico Vaticano sono in certo modo paradossali: sono assolutamente autentici e ufficiali, prodotti anzi da una entità sovrana legalmente operante ancora ai nostri giorni,25 ma [End Page 11] contengono una testimonianza giurata e partigiana, di fatto adoperata qualche anno dopo, quando Dante Alighieri era già morto, nel quadro del processo contro i Visconti.26

Si tratta insomma di una delazione registrata in modo autentico. Binomio paradossale, si diceva, perché una delazione per definizione non è totalmente attendibile, nonostante il testimone-delatore Bartolomeo Cagnolati sia un chierico e abbia giurato in modo formale e sacro. Per di più il contenuto rivela una abortita congiura necromantica, e descrive operazioni magiche. Anche qui, paradossalmente, la descrizione rivela una sostanziale e scaltra reticenza. Si tratta insomma di fatti e vicende sui quali grava ai nostri giorni, se non un interdetto culturale, certo una forma pregiudiziale di scetticismo, che bisogna in qualche modo accantonare. Detto in termini grossolani, e per eliminare subito una grossolana prevenzione, il mondo reale del 1320 non è certo il mondo che consideriamo reale nel 2020. I due documenti dell’Archivio Apostolico Vaticano, qualsiasi cosa (vera, falsa o impossibile) in essi il testimone racconti,27 sono e restano due documenti legali e storici. O meglio: sono documenti storici e addirittura legali.

Fin dall’inizio questi documenti nascono in funzione anche opera-tiva: se la copia autentica Instr. Misc. 689A ha da subito una funzione monumentale e archivistica, la copia Instr. Misc. 689B è stata da subito preparata come strumento di lavoro a un livello gerarchicamente differente e forse inferiore rispetto alla lettura immediata che è stata fatta della copia pergamenacea. Papa Giovanni XXII ha lasciato tracce di suoi appunti di lettura anche su altri documenti prodotti durante il suo lunghissimo pontificato, anche se sono più noti e repertoriati i suoi appunti di lettura sui molti e preziosi libri della biblioteca pontificia che fu sua cura ricostituire presso la Curia avignonese.28

Il rotolo pergamenaceo è stato sottolineato a punta secca. Qualcuno ha avuto l’autorità di segnalare, sottolineandoli, i termini più importanti del racconto e tutti i più importanti nomi propri. Significativamente nella pergamena di ottima qualità non vengono sottolineati, all’inizio della seconda deposizione (11 settembre 1320), tutti i nomi degli sbirri che avevano arrestato nel marzo 1320 a Milano Bartolomeo Cagnolati, rientrato a Milano da Avignone dove aveva già reso la testimonianza del 9 febbraio. Bartolomeo Cagnolati aveva ricordato nominalmente e per corretta testimonianza tanti attori minimi di quell’evento, per lui tanto doloroso, nei confronti dei quali egli nutre forse acredine personale, ma [End Page 12] nessuno dei loro nomi è stato considerato rilevante dalla mano sovrana che legge ad Avignone il rotolo di pergamena. Solo i nomi sottolineati nella pergamena sono quelli che infatti si ritroveranno coinvolti nel processo (Matteo Visconti, Galeazzo Visconti, Scoto Gentili da San Gimignano, Antonio Pelacani).

Queste sottolineature anche molto irregolari (si potrebbe dire imperiose) sotto il rigo non sono opera del notaio Gérald de Lalo, perché nell’altro documento derivato, Instr. Misc. 689B, egli adopera le sottolineature solamente per eliminare alcuni sbagli che compie ricopiando il testo da Instr. Misc. 689A, e si tratta lì di normali errori di stanchezza durante la dettatura interna. Egli non avrebbe potuto scarabocchiare la pergamena con lo stesso segno con cui normalmente cancella e corregge, né la pergamena è stata sottolineata dal cardinale Bernard du Pouget, che è l’attore più noto di questo dossier. Bernard du Pouget assiste solo alla prima deposizione di Bartolomeo Cagnolati ma è già in Lombardia prima del settembre 1320, come si ricava dalle lettere che la Curia di Giovanni XXII gli invia in questo periodo. La cosa notevolissima però è che il notaio Gérald de Lalo ricopia nel fascicolo cartaceo anche le sottolineature del rotolo pergamenaceo, trasportandovele sotto forma di piccoli segni inclinati sui margini bianchi della pagina, segni trascritti con la stessa penna e contemporaneamente al testo. I prelati che lavorano assiduamente negli anni seguenti al 1320 alla realizzazione del processo contro i Visconti devono esserne a conoscenza. E la finalità processuale della copia cartacea è denunciata dall’errore che il notaio commette proprio in fine di copia (Instr. Misc. 689B, c. 16v) quando scrive una prima volta Galaas Vicarius e poi corregge subito di seguito Galaas Vicecomes: la Curia accusava infatti Matteo Visconti e poi il figlio Galeazzo di aver usurpato titolo e funzione di Vicario, oramai in condizione di impero vacante. L’errore del notaio (che ovviamente non c’è nel rotolo di pergamena) è un lapsus rivelatore.

L’argomento rilevante ai fini processuali della deposizione di Bartolomeo Cagnolati non era certo Dante Alighieri, ma la ymago con il nome “Jacobus papa Johannes,” pontefice che era già stato vittima nel 1317 di un analogo sortilegio.29 Dopo la seconda deposizione l’obiettivo a cui verrà destinato tutto il dossier sarà quello del processo contro i Visconti.30 Come si racconta ampiamente altrove, i due documenti sono stati custoditi già nel XIV secolo in una capsula anni 1320, entro la quale passarono da Avignone a Roma. [End Page 13]

4

Vorrei stimolare alcune riflessioni analizzando le descrizioni che studiosi di differenti epoche e scuole hanno fornito di questi due documenti notarili arrivati fino a noi negli originali, perché resta sorprendente come finora essi non abbiano interessato e interpellato i dantisti, nonostante le loro caratteristiche oggettive (dall’autenticità alla permanenza continua nella sede giuridica che li ha prodotti) siano uniche tra i documenti che si riferiscono a Dante. Si potrebbe dire che questi sono i soli documenti che lo riguardano a non essere passati per le mani di eruditi posteriori, dantisti, dantofili, dantologi. Indenni e immuni da contatti passionali. Nel caso di Instr. Misc. 689A e di Instr. Misc. 689B si possono esaminare i loro regesti antichi e moderni. È un esame che concretamente consente di valutare o di storicizzare anche la portata scientifica di questi stessi strumenti descrittivi. Certi parametri variano nel tempo. Qui si considerano i soli regesti moderni. Per Instr. Misc. 689A e Instr. Misc. 689B possediamo infatti i regesti di Guillaume Mollat (1877–1968) nelle Lettres Communes des Papes d’Avignon. Analysées d’après les registres du Vatican par les Chapelains de Saint-Louis-des-Français, à Rome. Jean XXII (1316–1334) Lettres Communes. Analysées d’après les registres dits d’Avignon et du Vatican, e il regesto dello stesso Archivio Apostolico depositato sulle schede per uso interno. Non bisogna però dimenticare i dispositivi meno formalizzati di archiviazione, depositati sulle copertine, in cui agli elementi sincroni si sono affiancati altri successivi. Instr. Misc. 689A e Instr. Misc. 689B hanno infatti copertine coeve di pergamena che hanno vissuto sette secoli di storia archivistica.

Il primo regesto a stampa è quello di Mollat, che adotta una scelta editoriale un po’ fuorviante. Egli separa i due oggetti, che hanno contenuto identico, rispettivamente nel quarto e nel quinto anno di pontificato di Giovanni XXII, perché le due date 9 febbraio 1320 e 11 settembre 1320 appartengono di fatto a due anni differenti di pontificato: infatti Giovanni XXII era stato incoronato papa il 5 settembre 1316.

Instr. Misc. 689A viene pubblicato come Mollat 12263, con questa descrizione:

9 febbraio 1320

Mollat 12263.

Bartholomæus Canholati cler. civis Mediolanen., in præsentia Bertrandi S. Marcelli presb., Arnaldi s. Eustachii diac. card., Petri abb. s. Saturnini Tolosæ, S.R.E. vicecancellarii, ac Geraldi de Lalo not. publici in civit. Avenion. qui hæc recepit, [End Page 14] deposuit quod Mathæus Vicecomes de Mediolano quamdam imaginem fabricare fecerat contra Joannem XXII, et dictum Bartholomæum vocaverat ut eam subfumigaret, quod ipse facere voluit, imo ad S. A. accedens omnia revelavit.

(Orig. perg. quinque rotulis glutino conjunctis constans, n. 2).31

Instr. Misc. 689B viene pubblicato l’anno dopo come Mollat 14330, con la seguente descrizione:

11 settembre 1320

Mollat 14330.

Depositio alia (vide supra, n. 12263) Bartholomæi Canholati, cler. Mediolanen., qui e curia recedendo captus fuit et in carcere detentus, ubi tormenta sustinuit, nolens revelare quæ in curia apost. retulerat; tandem liberatus, a Galea filio Mathæi Vicecomitis Placentiæ vocatus fuit et rogatus ut in negotio mortis Papæ procederet, pro quo etiam Dantem Aleguirum vocaverat dictus Galeas. Ipse autem Bartholomæus fingens se in omnibus obedire esse paratum, dictam imaginem, postquam habuit, a Placentia usque ad Avinionem portavit, ipsamque Bertrando s. Marcelli presb., Arnaldo s. Eustachii, diac. card., Petro, S.R.E. vicecancellario, et Geraldo de Lalo, notario, tradidit.

(Minuta chartacea decem foliis modo quaternis insimul sutis constans, n. 2ª).32

Come si vede i documenti vengono nella loro interezza riportati il primo (cioè Instr. Misc. 689A) al solo contenuto della prima deposizione, e l’altro (Instr. Misc. 689B) al solo contenuto della seconda deposizione. Non so dire quanto questa registrazione abbia fatto sì che finora negli studi sia stato privilegiato il testimone cartaceo (Mollat 14330), come quello in cui si fa menzione di “Dantem Aleguirum,” ma segnalo la totale arbitrarietà di questa decisione. I due testimoni contengono entrambi tutte e due le deposizioni, non sono l’uno il seguito dell’altro, e risulta anche del tutto incongrua nella sua prospettiva la consecuzione logico-storica tra quanto proprio Mollat chiama “orig. perg.” e quanto chiama “minuta chartacea,” che è collocata l’anno dopo. Tra l’altro le due numerazioni, divaricate da ben un anno di registrazioni di documenti pontificali, la prima scheda nell’anno IV di Giovanni XXII, la seconda nell’anno V di Giovanni XXII, risultano del tutto aleatorie: 12263 (che equivale alla prima deposizione nel solo testimone pergamenaceo) e 14330 (che equivale alla seconda deposizione nel solo testimone cartaceo). Sono due numeri difficilmente ravvicinabili fuori dalla materialità dei libri che li creano e li propongono. Mollat 14330 è l’unico documento registrato sotto la rubrica Instrumenta miscellanea [End Page 15] Vaticana quæ in capsula anni 1320 parte prima inveniuntur. E anche questo magnifico isolamento (che riguarderebbe in definitiva Dante Alighieri) non corrisponde alla realtà di fatto della capsula.

Strano scherzo dell’esprit de géométrie. L’eruditissimo prelato francese non rinuncia a inizio XX secolo (ricapitolando una prospettiva che egli affeziona e che va da Pio VI a Pio XI) a costruire una certa maschera di eroismo papista anche per l’ineffabile Bartolomeo Cagnolati. Nel suo regesto Bartolomeo è l’unico figurante, con Dante, dell’intera vicenda viscontea. Cagnolati, fingendo di obbedire a tutti, ai Visconti e al papa, per poter rivelare la trama segreta ai cardinali di Curia, ha sopportato a Milano anche la tortura in cui ha taciuto che cosa avesse raccontato ad Avignone una prima volta nel febbraio del 1320. E ad Avignone final-mente riporta quella statuetta-ymago che era stata fatta fabbricare “contra Joannem XXII” da Matteo Visconti. Oltre ai tanti personaggi storici assenti, soprattutto dal documento n. 12263, sottolineo che non è vero che Bartolomeo sia stato collaborativo con Matteo Visconti, e che non è corretto che Bartolomeo si sia recato alla A. S., cioè alla Sede Apostolica (Avignone è chiamata “Curia Romana,” ma non era certo nel 1320 una sede apostolica riconosciuta: si pensi solo agli immediatamente successivi fautori di Ludovico il Bavaro). Soprattutto, sottolineo che non è vero che egli abbia riconsegnato la pericolosa ymago ad Avignone al cardinale Bertrand du Pouget, che non assiste alla sua seconda deposizione.33

Si osservino pure i termini con cui Mollat ricostruisce il merito della vicenda: nella prima scheda, Mollat 12263, il delitto è duplice, uno è commesso dal Visconti “quamdam imaginem fabricare fecerat contra Joannem XXII” e l’altro non è commesso da Bartolomeo Cagnolati “ut eam subfumigaret.” Nella scheda Mollat 14330 (che preme ricordare contiene lo stesso testo di Mollat 12263) il problema è riportato invece a termini neutri: “in negotio mortis Papæ.”

________

Negli anni successivi all’apertura agli studiosi dell’Archivio Segreto voluta da Leone XIII, i due documenti delle deposizioni avignonesi di Bartolomeo Cagnolati vengono inseriti da illustrissimi archivisti nella serie Instrumenta Miscellanea con una segnatura soprannumeraria perché la struttura cronologica del fondo, delle segnature progressive e dei blocchetti di schedario (nelle due serie: Blocchetti I numerico e Blocchetti II cronologico), non aveva altra modalità per accogliere i nuovi items. Nonostante la serie numerica non abbia un andamento strettamente [End Page 16] cronologico, che è stata la tappa successiva nella presentazione agli studiosi di tanto vasto materiale (e in effetti i più antichi Blocchetti I numerico sono 33, mentre i successivi Blocchetti II cronologico sono ben 40), quando si decise l’inserimento di questi due atti notarili di Gérald de Lalo nel repertorio si optò nel nostro caso per una semplice numerazione soprannumeraria. Quindi si dette rilievo soprattutto all’aspetto cronologico. Se ho visto bene si tratta dell’unica collocazione-segnatura soprannumeraria per due oggetti (Instr. Misc. 689 A e B), e senz’altro i nostri sono i soli due soprannumerari ad avere un’unica scheda, almeno per i primi cinque anni del pontificato di Giovanni XXII.

Tanta parsimonia però fa sì che sotto i nostri occhi resti traccia visibile di un cambiamento non solo di biblioteconomia, ma anche di erudizione storico-critica, nel passaggio dallo schedario dei blocchetti numerici allo schedario dei blocchetti cronologici. Nel primo schedario, nel Blocchetto I 3 (numerico), sulla scheda “N° 689 A.B.” lavorano più mani (a penna e a matita) che lasciano il segno di un interesse vigile e di una riflessione accurata tra gli studiosi dell’Archivio. L’interesse e la riflessione non riguardano ovviamente solo la schedatura dei nostri due documenti, e si ritrovano in parallelo anche in altre schede di questi Blocchetti, dove lavorano più mani per circa un trentennio.

La riga incipitaria della scheda più antica contiene (e funziona secondo) l’indicazione della diocesi, che compare come primo elemento ed è sottolineata: “N° 689 A.B. Mediolan. An. 1320, Febr. 9–Sept. 11.” Nella redazione del secondo schedario la diocesi perde di importanza e diventa invece una nota alla fine e tra parentesi tonde, segno evidente di un’evoluzione rispetto all’usanza più antica. Si trattava infatti del modo di indicizzazione classico, tipico per tutti i repertori antichi e manoscritti dell’Archivio Segreto Vaticano. L’indicazione della diocesi è pensata a partire dai personaggi principali del documento, qui è Milano a causa di Bartolomeo Cagnolati (di cui però la scheda non registra neppure il nome) e soprattutto a causa di Matteo e Galeazzo Visconti, oggetti delle ricerche erudite di papa Pio XI quando era anche lui un brillante studioso nell’Archivio Segreto. Questa indicazione topografica, che nelle schede dei Blocchetti I (numerico) viene sempre sottolineata, è quella secondo la quale i documenti erano raggruppati insieme, in volumi di spogli per ordine alfabetico delle diocesi, il cui repertorio monumentale sono gli spogli del prefetto cardinale Giuseppe Garampi (1725–1792). La chiave principale infatti per recuperare un documento, [End Page 17] la sua storia e la sua segnatura era (ed è) la diocesi. Realmente con un passaggio in risalita delle gerarchie ecclesiastiche, dalle diocesi verso la Curia, si poteva accedere o si poteva aver interesse pratico di accedere ai documenti, prima dell’apertura da parte di Leone XIII dell’Archivio Segreto agli studiosi. Prima della riflessione su parametri invece storico-eruditi, come quelli che hanno determinato la forma finale e attuale della scheda dei nostri due documenti. La diocesi di Milano non è però né il luogo della deposizione, né il luogo del processo “Processus contra Matthaeum et Galeatium de Vicecomitibus,” che iniziò a svolgersi ad Asti.34 L’indicazione comune di entrambe le schede, ma non in posizione preminente, “Act. Avinione” non ha anch’essa senso né per il processo, né per il nome di Dante Alighieri, che sono i concetti principali della descrizione contenuta nella scheda. Questa scheda non è neanche un vero e proprio regesto, forse a causa del preesistente Mollat (che appunto fornisce il regesto nelle due schede distinte e succitate Mollat 12263 e Mollat 14330), ma senza che nella scheda dell’Archivio vi sia il rimando esplicito a lui. A matita, come in altre schede del gruppo numerico, in un secondo momento in Blocchetto I 3 è stata aggiunta l’indicazione del notaio. Questa indicazione, che compare nei Blocchetti II, diventerà l’ultima riga nella scheda di questo secondo schedario, che contiene dunque la forma definitiva di questo lungo processo di riflessione metodologica.35

La scheda definitiva, Blocchetto II 5 (cronologico), è infatti di mano di Angelo Mercati, ed è di questo tenore:

689 A-B 9 Februarii–11 Septembris 1320

Processus contra Matthaeum et Galeatium de Vicecomitibus, qui Joannem P.P. XXII maleficiorum artibus occidere nisi fuerunt ; ubi nomen refertur Dantis Aligherii. Act. Avinione.

Geraldus de Lalo de Monteviri<di> S. Flori not. (Mediolan.)36

A. Orig. membr. O°

B. Cop. cartac. ff.: 21 quorum ultimi quatuor albi.

Gli archivisti creano dunque una collocazione (e una segnatura) che abbia un’utilità pratica (perché corrisponde alla collocazione reale del materiale negli scaffali) e anche una pertinenza storica, che forse non è evidente nella prima serie dei blocchetti, quella numerico-topologica, ma che è finalità specifica della costruzione della seconda serie dei bloc-chetti, quella cronologica. [End Page 18]

Qual è il risultato di queste lunghe riflessioni che coinvolsero i curatori della collocazione? Con una formula si potrebbe dire che rispetto a Mollat si passa da un’impostazione cronologica a una impostazione storica. Evidentemente con piena conoscenza della bibliografia sull’argomento (che però non viene citata), si indicizzano le “maleficiorum artibus,” dunque il merito del documento. Poi, rispetto alla scheda del regesto di Mollat, viene dato un rilievo maggiore e unico al nome di Dante Alighieri. Sparisce ogni accenno alla testimonianza-deposizione, emerge però un’indicazione storico-metodologica importantissima: il collegamento, anche se estremamente ambiguo e al limite fuorviante, alla procedura legale e al processo contro i Visconti (“Processus contra Matthaeum et Galeatium de Vicecomitibus”). È una conquista dell’erudizione a cavallo tra il XIX e il XX secolo, ma in realtà mantiene e conferma la fisionomia originaria del documento nell’Archivio. Da sempre le copertine pergamenacee e coeve che proteggono i due documenti contengono infatti la dicitura: “ad Vicecomites,” contro i Visconti. La continuità è innegabile, e molto importante ai fini della ricerca scientifica è il recupero di questa evidenza. Molti sono stati però, anche negli anni Venti del Trecento, gli aggiustamenti tra l’11 settembre 1320 dell’ultima deposizione di Bartolomeo Cagnolati e la confluenza di questi documenti nel Processo contro i Visconti. Molti passaggi sono problematici e interessanti. E si sono riproposti anche all’inizio del XX secolo. Il “patrimonio delle cognizioni” di cui parla Achille Ratti, il futuro Pio XI, a proposito di queste vicende storiche ‘lombarde’ offriva molte notizie, molti aneddoti, ma la diplomazia ha consigliato di non adoperarle esplicitamente tutte, tanto nel XIV che nel XX secolo.

Tra tutte le accezioni medievali del termine “maleficium” gli schedatori vaticani del XX secolo scelgono una estremamente particolare “maleficiorum artibus.” Eppure, a leggere gli atti autentici, nel nostro dossier avignonese il termine “maleficium” compare adoperato solo in relazione alla vicenda che Bartolomeo Cagnolati racconta a Milano, nell’intervallo tra la prima e la seconda deposizione avignonese. Vorrebbe che a Milano credano che egli sia stato convocato ad Avignone dal celeberrimo cardinale Napoleone Orsini per curare il cardinale Pierre de Via, nipote di Giovanni XXII, vittima appunto di un “maleficium.” È un racconto falso, che Bartolomeo racconta di aver raccontato a Milano ai Visconti, sotto tortura. E coinvolge due ulteriori cardinali, che i succitati regesti neanche repertoriano. [End Page 19]

È possibile adoperare questo originale autentico per conoscere meglio Dante Alighieri?

NOTES

1. Dante Alighieri, Opere di Dante. Vol. VII Opere di dubbia attribuzione e altri documenti danteschi. Tomo III Codice Diplomatico Dantesco, a cura di Teresa De Robertis, Giuliano Milani, Laura Regnicoli, Stefano Zamponi (Roma: Salerno Editrice, 2016), xix.

2. Gianfranco Contini, Letteratura italiana delle Origini (Firenze: Sansoni, 1970), 300; mantengo l’ortografia di Contini in minuscole per il CDD.

3. Su questo documento, la lunga durata della questione e le molte interpretazioni della particolare transazione, per alcuni aspetti anomala, cfr. Franek Sznura, I debiti di Dante nel loro contesto documentario, in Dante attraverso i documenti, I Famiglia e patrimonio (secolo XII-1300 circa), a cura di Giuliano Milani e Antonio Montefusco, in Reti Medievali Rivista 15 (2014): 303–321.

4. Michele Barbi, “Contributi alla biografia di Dante, I. Documenti relativi a debiti di Dante,” in Id., Problemi di critica dantesca. Prima serie (1893–1918) (Firenze: Sansoni, 1934), 157–188. Oltre alla bibliografia citata alla nota precedente per una interpretazione differente da quella di Barbi, e cioè come di usuali speculazioni finanziarie, si vedano anche le recenti biografie di Dante: Alessandro Barbero, Dante (Bari: Laterza, 2020) e Elisa Brilli e Giuliano Milani, Vite nuove. Biografia e autobiografia di Dante (Roma: Carocci, 2020).

5. Si pensi al Foro Romano, uno dei luoghi archeologici più famosi del mondo, ripercorrendolo attraverso la lettura dell’ottimo David Watkin, The Roman Forum (London: Profile Books, 2009).

6. Su tali questioni di rilevanza politica e urbanistica cfr. le ricerche di Thomas Renard, Dantomania: Restauration architecturale et construction de l’unité italienne (1861–1921), préfaces de Claude Mignot et Guido Zucconi (Rennes: PUR, 2019).

7. Codice Diplomatico Dantesco, edito da Renato Piattoli, sotto gli auspici della Società Dantesca Italiana (Firenze: Gonnelli, 1950), xii–xiii.

8. Codice Diplomatico Dantesco, xlvi.

9. Michele Barbi, “L’ordinamento della Repubblica fiorentina e la vita politica di Dante,” in Id., Problemi di critica dantesca, 141–155; 153.

10. La data accolta, 1302, è stata proposta da Isidoro Del Lungo, Dino Compagni e la sua cronica (Firenze: Le Monnier, 1879–1887), 565–574.

11. Codice Diplomatico Dantesco, 308.

12. Per una discussione sulla questione del testo presente sulla carta già 270r, rimando alla scheda di CDD e a Eliana M. Vecchi, “ ‘Ad pacem et veram et perpetuam concordiam devene-runt.’ Il cartulario del notaio Giovanni di Parente di Stupio e l’‘Instrumentum pacis’ del 1308,” in Giornale storico della Lunigiana e del territorio lucense 59 (2008): 69–194.

13. Si leggano le minuziose e ingegnose ipotesi che fanno propendere per la collocazione della matricola di Dante in una data presumibilmente vicina alla fine dell’anno 1300 (in stile fiorentino), data in cui terminerebbero le registrazioni del perduto Registro A, sincrono ai fatti: “Il vol. 7 dell’Arte dei medici e speziali è copia del 1447 che dispone in ordine alfabetico il contenuto di sette registri più antichi, ove erano le matricole degli anni 1297–1444, riportando il nome dell’immatricolato e il riferimento alla carta in cui, negli originali, era presente la citazione. Il nome di Dante Alighieri si trovava scritto nel primo registro, segnato A, che era stato avviato il 25 marzo 1297. Il terminus ante quem della registrazione è il 1301, anno nel quale fu cominciato il secondo registro, segnato B; tuttavia, poiché sembra che il registro A fosse composto al massimo da quindici carte (in tutto il vol. 7 i riferimenti non oltrepassano mai c. 15) e Dante è citato nell’ultima di esse, si può presumere che la registrazione risalga a un periodo vicino al 25 marzo 1301, ovvero alla data di inizio del registro B,” Codice Diplomatico Dantesco, 184–185.

14. Rimando principalmente a Michele Barbi, Dante e l’Arte dei medici e speziali, in Id., Problemi di critica dantesca. Seconda serie (Firenze: Sansoni, 1934), 379–384, e a Raffaele Ciasca, “Dante e l’Arte dei medici e speziali,” in Archivio storico italiano 39 (1931): 59–97; 92.

15. Codice Diplomatico Dantesco, 131.

16. Codice Diplomatico Dantesco, 131 e 132.

17. CDD 134 (1302 gennaio 27, Firenze) “Dante Alaghieri de sextu Sancti Petri Maioris,” CDD 135 (1302 marzo 10, Firenze) “Dantem Alaghieri,” il secondo testimone, il cosiddetto Libro del Chiodo, scrive qui “Dantem Allighierii.”

18. Non è questa la sede per approfondire le problematiche (e la bibliografia) di questo importante documento, copia posteriore di più di cinque decenni. Rimando almeno alle considerazioni di Maurizio Campanelli, “Le sentenze contro i bianchi fiorentini del 1302. Edizione critica,” in Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo 108 (2006): 187–377, e, anche per la bibliografia, a Giuliano Milani, “Appunti per una riconsiderazione del bando di Dante,” in Bollettino di italianistica 8 (2011): 42–70.

19. Con Motu proprio del 22 ottobre 2019, “L’esperienza storica,” pubblicato su L’Osservatore Romano del 28–29 ottobre 2019, papa Francesco ha cambiato il nome dell’Archivio Segreto Vaticano in Archivio Apostolico Vaticano.

20. Ecco la sua sottoscrizione, accanto al suo segno di tabellionato, in fondo alla pergamena Instr. Misc. 689A: “Et Ego Geraldus de lalo clericus de Monteviridi sancti Flori dyocesis publicus apostolica Auctoritate Notarius premissis iuramenti prestationi Interrogationibus et depositioni memorati Bartholomei vna cum prefatis dominis Cardinalibus et Vicecancellaio presens interfui et Requisitus per dominos eosdem in hanc presentem publicam formam in quinque Rotulis glutino coniunctis Redegi et signo meo consueto in locis iuncturarum quinque signaui.” Trascrivo lasciando le maiuscole e le minuscole del testo e indico con il corsivo i compendi sciolti, che, si noti, sono minimi perché il documento originale, su finissime pergamene incollate una di seguito all’altra, obbedisce a regole estetiche di grande leggibilità e calligraficità: i compendi valgono qui allo stesso modo delle lettere che rappresentano, senza nessuno scopo né di stenografia né di risparmio di spazio.

21. Instr. Misc. 689B è un fascicolo cartaceo di venti carte, 230 × 315 mm, cucite modernamente con spago (visibile tra la carta 10 e 11), numerate con numerazione moderna a timbro sull’angolo inferiore destro delle carte recto da 1 a 20. Bianche le carte 18–20. Fori di insetti attraversano molte pagine in modo corrispondente al corretto ordine di successione delle carte, ordine che è stato temporaneamente scombinato a inizio del XX sec.

22. Instr. Misc. 689A è un rotolo, ed è formato da cinque pergamene larghe circa 280 mm (c. 5r), delle seguenti lunghezze rispettive: c. 1r 720 mm, c. 2r 750 mm, c. 3r 750 mm, c. 4r 750 mm, c. 5r 240 mm (la pergamena è tagliata dopo 4 righe in bianco, sotto la sottoscrizione dell’escatocollo). Esse sono state incollate dal notaio con una sovrapposizione di circa 40 mm, sovrapponendo c. 1r a c. 2r, c. 2r a c. 3r, c. 3r a c. 4r, c. 4r a c. 5r. Ne risulta un documento pergamenaceo delle seguenti dimensioni 280 × 3270 mm. Sulla dimostrazione specifica del rapporto stemmatico tra i due testimoni rimando a Il dossier di Avignone 9 febbraio e 11 settembre 1320. Edizione critica, diplomatica e facsimilare, a cura di Paola Allegretti (Firenze: Le Lettere, 2020), 251–257 e 266–270.

23. Konrad Eubel, “Vom Zaubereiunwesen Anfangs des 14. Jahrhunderts (mit urkundlichen Beilagen),” in Historisches Jahrbuch der Görres-Gesellschaft 18 (1897): 609–625; Gerolamo Biscaro, “Dante a Ravenna,” in Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo 41 (1921): 118–124.

24. Sono questioni grafematiche ben note grazie al prestigio della lirica occitanica e alle caratteristiche della sua tradizione manoscritta due-trecentesca, per cui rimando solo al classico François Zufferey, Recherches linguistiques sur les chansonniers provençaux (Genève: Droz, 1987).

25. Ancora nella revisione archivistica che risale alla Prefettura di Angelo Mercati, perfezionata quando era Bibliotecario e archivista il fratello, Giovanni card. Mercati, furono apposti a questi come agli altri documenti del fondo Instr. Misc. moderni sigilli di autenticità. Su Instr. Misc. 689A i cinque signa del notaio Gérald de Lalo (cc. 1r, 2r, 3r, 4r) disposti lungo i punti di contatto delle pergamene incollate a rotolo furono tutti ribaditi e affiancati dai timbri ad inchiostro blu dell’Archivio Segreto Vaticano, XX sec. Il documento Instr. Misc. 689B è autenticato anche dai timbri moderni dell’ASV in inchiostro blu apposti sul margine sinistro nei seguenti luoghi: c. 1v (in corrispondenza delle righe 16–17), c. 2v (in corrispondenza delle righe 16–17), c. 3v (in corrispondenza delle righe 15–16), c 4v (in corrispondenza delle righe 15–16), c. 5v (in corrispondenza delle righe 14–15), c. 6v (in corrispondenza delle righe 14–15), c. 7v (in corrispondenza delle righe 14–15), c. 8v (in corrispondenza delle righe 15–16), c. 9v (in corrispondenza delle righe 16–17), c. 10v (in corrispondenza delle righe 16–17), c. 11v (sul margine destro invece che sinistro, in corrispondenza delle righe 18–19), c. 12v (in corrispondenza delle righe 15–16), c. 13v (in corrispondenza delle righe 15–16), c. 14v (in corrispondenza delle righe 17–18), c. 15v (in corrispondenza delle righe 17–18), c. 16v (al centro delle righe 5–6, lasciate in bianco per staccare la materia da Gérald de Lalo), c. 17v (in fondo alla riga 11, ultima riga di scrittura). A c. 7r c’è un timbro a inchiostro nero, più antico dei precedenti, apposto sul margine destro e sulla facciata recto, in corrispondenza delle righe 12–15. Si tenga presente che questi timbri non servono a garantire una proprietà (usuale scopo del timbro di una Biblioteca), ma servono a garantire l’autenticità del documento all’interno dell’Archivio Apostolico, cui il documento appartiene fin da quando è stato prodotto come atto legale della Curia. È per questo che il timbro è stato messo anche a c. 16v [5–6], in presenza di uno spazio restato in bianco, a garanzia contro ogni contraffazione, in sostanziale e formale continuità con il lavoro trecentesco del notaio Gérald de Lalo.

26. La migliore ricerca specifica su questo aspetto è nel monumentale lavoro di Sylvain Parent, Dans les abysses de l’infidélité. Les procès contre les ennemis de l’Église en Italie au temps de Jean XXII (1316–1334) (Roma: École française de Rome, 2014), 33–82.

27. Cfr. Simon A. Gilson, “Medieval Magical Lore and Dante’s Commedia. Divination and Demonic Agency,” in Dante Studies 119 (2001): 27–66.

28. È proprio dall’epoca del pontificato di Giovanni XXII che si fanno partire le attività di fabbricazione dei libri in quello che si chiama l’atelier (o forse meglio la committenza) pontificio di Avignone e che è famosissimo soprattutto per la fabbricazione di libri liturgici; cfr. León Honoré Labande, “Les miniaturistes avignonnais et leur œuvres,” in Gazette des Beaux Arts 37 (1907): 213–240 e 289–305, e il complessivo e utilissimo Francesca Manzari, La miniatura ad Avignone al tempo dei papi (1310–1410) (Modena: Franco Cosmo Panini, 2006). Giovanni XXII è infatti il primo papa che sceglie Avignone come residenza stabile. Egli avvia la trasformazione del palazzo vescovile in Palazzo dei Papi, e, privo delle biblioteche dei suoi predecessori, rimaste in Italia, promuove la costituzione di una nuova biblioteca che nell’inventario del 1369 stilato da Philippe de Cabassole arriverà a possedere più di 2000 volumi; cfr. Maurice Faucon, La Librairie des papes d’Avignon: sa formation, sa composition, ses catalogues (1316–1420) (Paris: E. Thorin, 1886– 1887) e Franz Ehrle, Historia Bibliothecae Romanorum Pontificum tum Bonifatiane tum Avenionensis (Roma: Typis Vaticanis, 1890).

29. Cfr. Edmond Albe, Autour de Jean XXII: Hugues Géraud, évêque de Cahors. L’affaire des poisons et envoûtements en 1317 (Cahors: J. Girma, 1904).

30. Contestuale alla seconda e ultima deposizione di Bartolomeo Cagnolati, è la ripresa concertata dalla Curia di altre azioni inquisitoriali; cfr. Parent, Dans les abysses de l’infidélité, 226, che scrive : “Une nouvelle lettre de Jean XXII datée du 11 septembre 1320 – jour où, à Avignon, le clerc milanais Bartolomeo Cagnolati est entendu pour la seconde fois – vient rappeler le rôle que doit continuer à jouer Lorenzo dans la poursuite des idolâtres et des hérétiques de la Marche d’Ancône.”

31. Lettres Communes des Papes d’Avignon. Analysées d’après les registres du Vatican par les Chapelains de Saint-Louis-des-Français, à Rome. Jean XXII (1316–1334) Lettres Communes. Analysées d’après les registres dits d’Avignon et du du Vatican, par. G. Mollat (Paris: Albert Fontemoing Éditeur, 1905), 173.

32. Lettres Communes des Papes d’Avignon. Analysées d’après les registres du Vatican par les Chapelains de Saint-Louis-des-Français, à Rome. Jean XXII (1316–1334) Lettres Communes. Analysées d’après les registres dits d’Avignon et du du Vatican, par. G. Mollat (Paris: Albert Fontemoing Éditeur, 1906), 371.

33. Tutta questa reticenza provoca forse per contrasto il primo titolo francese sulla vicenda, l’intervento di Robert André-Michel, “Le procès de Matteo et de Galeazzo Visconti: l’accuse de sorcellerie et d’hérésie. Dante et l’affaire de l’envoûtement (1320),” in Mélanges d’archéologie et d’histoire 29 (1909), 269–327, titolo così esplicito che non ha avuto buona sorte negli studi successivi, tacitamente accantonato. In precedenza si erano avute le segnalazioni del seguente tenore: Giuseppe Jorio, “Una nuova notizia sulla vita di Dante,” in Rivista Abruzzese di scienze, lettere ed arti 10 (1895): 353–358 e la recensione di Giuseppe Lando Passerini in Giornale Dantesco 4 (1896): 126, che mantengono una forma dimessa e che precedono l’articolo di Eubel che dichiara fin dall’inizio la stregoneria. Bisognerà arrivare al 1920 per avere un titolo esplicito e referenziale come quello di Gerolamo Biscaro, “Dante Alighieri e i sortilegi di Matteo e Galeazzo Visconti contro papa Giovanni XXII,” in Archivio storico lombardo 47 (1920): 446–481.

34. Il processo fu diretto dall’arcivescovo di Milano Aicardo Antimiani, affiancato dagli inquisitori Barnaba da Vercelli, Pace da Vedano, Giordano da Montecucco, Onesto da Pavia. La situazione di grande insicurezza obbligò a spostare nel tempo la sede dei lavori: “D’abord installé à Asti, au mois de janvier 1322, il est rapidement transféré vers Bergoglio, dans les environs d’Alessandria, puis à Valenza. Par la suite, au cours de l’année 1323, le tribunal se répartit entre Monza et Plaisance. Au-delà de la complexité de l’affaire jugée, ces déplacements réguliers ont sans aucun doute affecté la bonne marche du procès et en ont ralenti la progression,” Parent, Dans les abysses de l’infidélité, 238–242; 240.

35. Sergio Pagano, “L’Archivio Segreto Vaticano e la prefettura di Angelo Mercati (1925– 1955). Con notizie d’ufficio dai suoi diari,” in Dall’Archivio Segreto Vaticano. Miscellanea di testi, saggi e inventari (Città del Vaticano: Collectanea Archivi Vaticani 84, 2012), vol. 5, 3–155.

36. L’ultima riga era scritta a matita in Blocchetto I 3, ma senza l’errore “Monteviri” che Mercati corregge comunque subito, con segno di inserimento a riga dell’ultima sillaba.

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