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  • Dante e il "paradigma critico della contingenza"

Quando sono stato invitato a partecipare a questo Forum, confesso che per prima cosa ho voluto accertarmi che discussioni cortesemente franche ed esplicite, anche un po' più esplicite della media accademica, fossero previste e gradite alla rivista. Poiché mi è stato risposto di sì, ho accettato volentieri l'invito, perché ho pensato che fosse un'occasione preziosa per mettere a fuoco gli stili argomentativi, narrativi e retorici che caratterizzano le diverse personalità e le diverse strategie editoriali che agiscono entro l'attuale revival di studi biografici danteschi. Cioè che fosse l'occasione per dire cose che non rientrano nel formato dei puntuali lavori di ricerca, ma che può essere utile dire ogni tanto, per riflettere sulla qualità delle discussioni o non discussioni scientifiche in atto, e delle posture intellettuali o convenzionali che si confrontano sulla scena. Così, ho cominciato a pensare che cosa avrei detto.

Per prima cosa avrei detto che La nobiltà di Dante di Umberto Carpi, il libro del 2004 che ha aperto questo filone (con il séguito postumo L'Inferno dei guelfie i principi del Purgatorio nel 2013), benché sia un libro quasi illeggibile alla grande maggioranza dei potenziali lettori già solo per il suo sovraccarico sintattico, e benché risulti alieno a una maggioranza schiacciante di improbabili lettori per i suoi contenuti, tanto più fuori d'Italia, tuttavia è un libro che ha una sostanza innovativa molto forte. Persegue infatti un principio di fondo che potrebbe apparire addirittura ovvio se non fosse invece, almeno all'epoca in cui è uscito, molto inusuale, e cioè il principio di indagare le idee e gli scritti di Dante in rapporto con la sua situazione biografica del momento, anno per anno (peraltro nella ben nota scarsità di documenti e informazioni certe), avendo però sempre presente anche una evoluzione di pensiero di lungo periodo che si dispiega attraverso il mutare dei condizionamenti contingenti. Per sostanziare questo principio Carpi ricorre—di qui il suo impatto innovativo—a fonti secondarie largamente assenti dalla dantistica corrente, almeno quindici anni fa: cioè i lavori degli storici medievali e un massiccio recupero di erudizione dalla Scuola storica. [End Page 201] In sintonia con l'idea di Dionisotti di geografia e storia della letteratura italiana, di cui questo libro si può considerare un'originale applicazione, con ridondanza di informazione locale: centinaia di personaggi e fatti geograficamente, cronologicamente e politicamente marcati che un medio studioso di letteratura non ha mai sentito nominare, e dai quali dunque è poco probabile che si senta amichevolmente attratto. Un libro originale e importante, anche se scritto in uno stile argomentativo tutto suo, forse con qualche rigidità nel mettere in relazione dati genealogici e politici, e in qualche punto, a mio parere, fattualmente sbagliato.

Poi avrei detto che la biografia di Marco Santagata, Dante. Il romanzo della sua vita (2012), all'opposto dei libri di Carpi, di cui è debitore, vuol essere molto leggibile. Fra le biografie di cui stiamo trattando è quella che esemplifica al massimo la tendenza di mercato giustamente rilevata nella Ouverture di Elisa Brilli (142): "If so many lives of Dante have been written in recent years, this is also because the general public loves these books, even more than other excellent pieces of scholarly writing." Con la corretta aggiunta: "There is nothing wrong with this. On the contrary, the fact of having such a powerful tool to communicate our findings is an extraordinary advantage for Dante Studies, one that scholars from other fields can only be envious of." La collana "Le scie" di Mondadori vuol raggiungere proprio questo pubblico, e il confronto con la biografia di Inglese (2015) non può prescindere da questa differenza di target editoriale. Da qui lo stile amichevole, coinvolgente, e del tutto narrativo, nel senso che la ricerca scientifica sottostante alla narrazione, senza la quale essa non esisterebbe, viene considerata di disturbo alla lettura lineare del lettore medio e viene quindi relegata nelle Annotazioni, da dove pochi lettori qualificati saranno interessati a recuperarla. Da qui anche il sottotitolo accattivante. Ma in questo caso la parola-chiave "romanzo" interferisce col fatto che l'autore è anche uno scrittore, anzi negli ultimi anni si presenta prima come scrittore che come studioso, e l'interferenza rischia di far scattare un'indesiderabile (almeno ai miei occhi) confusione di generi, tanto più stante il romanzo dantesco Come donna innamorata, del 2015, a sua volta nutrito di bibliografia per nulla romanzesca sulla Vita nova. L'editore e l'autore hanno ritenuto che il sottotitolo fosse una buona idea, ma dubito che esso giovi all'identità autoriale così dello studioso come dello scrittore, e ovviamente presta il fianco a facilissime critiche dal lato accademico: è trasparente a chi si riferisca Inglese quando, nella [End Page 202] prima pagina della "Premessa", marca la distanza della sua "biografia possibile" dalla "ennesima ricostruzione lineare—di tenore romanzesco—della vita di Dante" (2015: 11).

Peraltro, provare ad argomentare che la biografia di Santagata sia meno romanzesca di quanto si compiaccia di presentarsi nel sottotitolo è perfettamente inutile, dato che la commistione fra saggistica e narrativa è apprezzata, anzi considerata un valore aggiunto, anche dentro l'accademia: vedi le simpatetiche recensioni su riviste scientifiche quali Studi e problemi di critica testuale ("La biografia firmata da Santagata narra l'esistenza dell'autore della Commedia come se fosse un romanzo—il che non stupisce, dal momento che l'autore è anche romanziere—, ricorrendo a tutti gli strumenti retorici che il genere implica: dal suspense ai colpi di scena, dalle anticipazioni al racconto ripetitivo di singoli eventi che, narrati più volte ma sotto diverse angolazioni, gettano luce sui passaggi meno noti di una biografia piena di silenzi e di lacune. La vita di Dante viene così ripercorsa seguendo il paradigma indiziario dei romanzi gialli . . ." [Nobili 2012: 297]) e Renaissance Quarterly (". . . a certain degree of imaginative historical re-creation—perhaps, too, of creative license. Marco Santagata's skills as a novelist have been put to good use"—anche ripescando il sottotitolo che l'edizione americana aveva opportunamente neutralizzato: "and the author's original Italian title suggests as much: il romanzo della sua vita, the novel of Dante's life" [Clarke 2017: 1203]).

Poi avrei osservato che la Vita di Dante. Una biografia possibile (2015) di Giorgio Inglese (191 pagine contro le 467 di Santagata) va a occupare il polo opposto, dell'irreprensibile scrupolo filologico-documentario; sicché dal "romanzo della sua vita" alla "biografia possibile" tutto lo spazio retorico della scrittura biografica su Dante, da un estremo all'altro, è coperto. "Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere", potrebbe essere un motto appropriato per l'asciutta biografia di Inglese. O più semplicemente "La parola è d'argento, il silenzio è d'oro." Personalmente, simpatizzo con il suo proposito di "rendere il lettore partecipe della distinzione fra 'certezza' storico-filologica (comunque sempre aperta a rettifiche), probabilità ragionata e, infine, semplice plausibilità—non gratuita ma euristica" (11–12). Ma la selettività praticata da Inglese tiene fuori troppe cose utili e interessanti, e dimostra troppa diffidenza a priori verso qualunque proposta nuova, come se un'idea avesse più titoli per essere accolta nella zona della "'certezza' storico-filologica" per il fatto di essere stata avanzata da più tempo. "Chi lascia la strada vecchia per la [End Page 203] nuova sa quel che perde ma non sa quel che trova" potrebbe essere un terzo motto—non particolarmente filologico.

Peraltro le affermazioni che Inglese fa dovrebbero, stando ai suoi standard, aver superato un vaglio severissimo. Invece in diversi casi sembrano stare sotto persino al livello della "semplice plausibilità", non saprei se "euristica" o "gratuita." Un esempio mi pare l'affermazione che, dopo la separazione dai Bianchi, posta nel 1304, "la speranza del ritorno in patria permane, ma ora è tutta affidata al prestigio di Filosofo-poeta e alle opere che tale prestigio dovranno incrementare: anzitutto i trattati, De vulgari eloquentia e Convivio" (Inglese 2015: 82). Cioè Dante spererebbe di essere richiamato a Firenze con tutti gli onori perché ha scritto che i Toscani, "ingordi nella loro dissennatezza, pretendono di arrogarsi il titolo del volgare illustre"; e che "in ciò non vaneggia solo il sentire del popolino", ma anche quello di uomini famosi, fra cui Brunetto Latini; "e poiché i toscani più degli altri delirano in questa ubriachezza, sembra giusto e utile sgonfiare i volgari municipali della Toscana, uno per uno", a cominciare da quello dei fiorentini che dicono Manichiamo introcque, che noi non facciamo altro (De vulgari eloquentia 1.13.1–2); o perché ha esaltato "quegli eroi luminosi, Federico imperatore e il suo degno figlio Manfredi, che spandendo la nobiltà e la dirittura del loro spirito, finché la fortuna lo permise perseguirono ciò che è umano, sdegnando ciò che è da bruti [. . .], sicché ai loro tempi tutto ciò che partorivano gli spiriti più insigni fra gli Italiani vedeva la luce nella reggia di quei sovrani" (1.12.4). Un altro esempio mi sembra l'affermazione che "Dante interruppe il Convivio e concepì la Commedia quando il suo nuovo entusiasmo per l'Impero di Roma 'senza fine' parve riconfortato dalla provvidenziale elezione di Enrico di Lussemburgo" (Inglese 2015: 109; e cfr. 102–3). La tesi di un Inferno scritto attendendo la discesa di Enrico VII mi sembra talmente avulsa e contraddetta dall'intero Inferno da dover imbarazzare anche il biografo più romanzesco, figuriamoci il più filologico.

Un altro stile di ricerca che avrei voluto segnalare è quello che consiste in annunci. Abituati come siamo, almeno in Italia, alla politica degli annunci, non facciamoci mancare la filologia degli annunci. Avrei potuto portare ad esempio quelli lanciati da Paolo Pellegrini, senza particolare understatement, "Towards a New Biography of Dante Alighieri", dando notizia di "a new and deeper way of studying Dante's works, their texts and their historical and cultural context carried out by younger scholars disclosing a different biographical perspective: it is time [End Page 204] to write a new life of Dante which could take into account and exploit all these new instruments" (lezione all'Università di Notre Dame, 26 aprile 2018, scaricabile da academia.edu). Poco importa che il doppio articolo sul primo soggiorno veronese di Dante (2016b e 2018a) non faccia che convergere su posizioni già sostenute da altri (Tavoni 2014). E poco importa che l'articolo d'insieme "Dante: biografia, ideologia e politica editoriale (1965–2015)" (2016a) non contenga niente di nuovo, né fatti né prospettive né strumenti, anzi sia sdraiato nel ripetere tutte e soltanto le posizioni tradizionali sostenute, a proposito del De vulgari eloquentia, della Monarchia, dell'Epistola a Cangrande e della Questio, dai rispettivi editori nella NECOD della Salerno Editrice (edizione pregevolissima, beninteso, a cui secondo me non giova che si diffonda un coro conformista per cui tutte le tesi ivi sostenute sarebbero definitive). Poco importa perché, come abbiamo imparato da politici e giornalisti, gli annunci intanto funzionano, poi se saranno seguiti o no da fatti si vedrà, e non sarà in nessun caso un problema. È interessante anche l'ultimo annuncio giornalistico che "due passi 'da' Cassiodoro contenuti nell'Epistola di Cangrande della Scala all'Imperatore sono spia dello stile dell'Alighieri", con la schietta conseguenza: "la cui biografia va riscritta." È interessante soprattutto per il metodo, perché innova l'ordine tradizionale ricerca-risultati della ricerca. Infatti Pellegrini sa che prima di affermare ciò che l'annuncio già afferma bisognerà studiare parecchio ("è materia che darà lavoro nei prossimi mesi"), anche perché "nessun filologo anche mediamente preparato ignora che le Variae di Cassiodoro erano testo molto diffuso nel Medioevo" (già), ma "tutto ciò non farà altro che confermare quanto appare chiaro sin da questi primi assaggi" (Pellegrini 2018b: 5 e 7).

Avrei anche segnalato gli articoli paralleli di Raffaele Pinto (2015) e di Giuseppe Indizio (2016), che trattano esattamente gli stessi anni della vita di Dante, e non hanno niente in comune l'uno con l'altro, come se descrivessero la vita di due persone diverse. Il fatto è che Indizio si fonda programmaticamente solo sulle vicende biografiche, mentre Pinto si fonda, altrettanto programmaticamente, solo sull'evoluzione della poetica a suo giudizio desumibile dai testi letterari. Poiché produrre due periodizzazioni che non hanno niente in comune non può essere considerato un risultato scientifico brillante, avrei citato questa coppia di articoli come esempio di come, per contro, far dialogare fatti storico-biografici e analisi dei testi letterari sia molto saggio, benché a [End Page 205] questa semplicissima idea riluttino, non capisco su quali basi razionali, diversi gelosi difensori dell'autonomia e gratuità del pensiero del Poeta, vigilanti sul rischio di sue interpretazioni "riduttive."

Infine, per avvalorare quest'ultimo assunto, avrei elogiato le iniziative di Giuliano Milani e Antonio Montefusco, che sono arrivati a pubblicare gli Atti di tre seminari congiunti di storici e letterati sulla biografia e le opere di Dante (2014, 2017, in corso di stampa), con risultati tangibili a riprova di come questo dialogo sia fruttuoso.

Pensavo che avrei detto tutte queste cose, invece non le dirò. Le relego tutte in una praeteritio iniziale, abbastanza lunga, che comunque tocca istanze critiche costitutive di questo Forum, e dedico lo spazio rimanente a rispondere alle due domande centrali che ci pone la Ouverture, e cioè: "What for?" e "At what price?" (139–140). Più precisamente: "following the debates about minor details in Dante's life, one cannot help fear a double risk, that of neo-positivism and of historical determinism, often in the form of an argumentative circularity between the interpretation of textual and historical data. Do we really need to establish whether a certain literary project took shape in and/or for a specific city in order to understand it? Was a given historical context such as to over-determine this work, its content, and its audience?"

Il caso da laboratorio che permette di rispondere a queste due ultime domande nel modo più stringente, più 'falsificabile', è quello del De vulgari eloquentia, e quello collegato del Convivio. Mi scuso se adduco un caso legato alle mie personali ricerche, ma lo faccio perché esso ha il privilegio di una relativa 'isolabilità' che avvicina molto alla possibilità di raggiungere conclusioni, in un senso o nell'altro. Dunque chiediamoci:

- abbiamo veramente bisogno di stabilire se il progetto del De vulgari eloquentia ha preso forma a e/o per Bologna, al fine di capirlo? E se il progetto del Convivio ha preso forma a e/o per Verona, al fine di capirlo? Il contesto storico di queste due città era tale da sovradeterminare queste opere, i loro contenuti e i loro pubblici?

E, per non farci mancare niente circa i "debates about minor details in Dante's life", chiediamoci anche:

- al fine di capire il progetto e il contenuto del De vulgari eloquentia, è utile stabilire se ha preso forma a Bologna precisamente dopo che Dante ha rotto con i suoi compagni di esilio Bianchi (luglio 1304) ma prima di chiedere perdono a Firenze con l'epistola Popule mee, quid feci tibi? (nel corso del 1306)? [End Page 206]

Per cercare risposte a queste domande mi sono riletto l'esemplare "Introduzione" di Mengaldo alla sua edizione critica (1968), poi sunteggiata nella sua edizione commentata (1979) del trattato. Essa è in tutto e per tutto dominata dall'"idea di Dante" di Gianfranco Contini, per usare il titolo della raccolta, pubblicata nel 1976, di saggi danteschi del grande maestro, tutti scritti fra il 1935 e appunto il 1968. È un'idea di Dante centrata sulla "forte discontinuità, la ricchezza di contraddizioni interne" dell'opera dantesca (Mengaldo 1968: vii), sulla "personalità da un lato intrepidamente sperimentale, continuamente capace di facere saltus, dall'altro così attenta all'unità della propria esperienza, di più, alla propria storia" (viii), da cui "l'autobiografismo trascendentale che preme" in ogni opera, e "il gusto radicato per l'auto-esegesi a distanza" (ibid.). Il De vulgari "è eminentemente un prodotto di questo tipo, riassuntivo di tutta un'attività precedente" (ix); "bussola e motore di questa poetica in via di fissazione è [. . .] una ben precisa 'fase', e si può dire la più recente, dell'attività del lirico, cioè la poesia delle grandi canzoni morali e dottrinali" (x). La logica che muove il divenire intellettuale di Dante è quella della sperimentale successione delle fasi stilistiche e del loro contestuale o successivo chiarimento metapoetico, ed è questo che mette in movimento anche il parallelo Convivio: "quel tipo di lirica morale e dottrinale finiva per richiedere costituzionalmente [. . .] lo sviluppo per esteso dei propri rappresi aggregati concettuali in organismi dottrinali coerenti [. . .], dunque nella prosa filosofica" (xii). Coerentemente, l'interruzione brusca del trattato viene riportata a una causa endogena: "si può dare per scontato che l'interruzione, come e più di quella parallela del Convivio, va messa anzitutto in rapporto con la nascita della Commedia" (xv–xvi).

La "forte discontinuità", l'intrepida capacità di facere saltus—tutte idee perfettamente vive anche oggi, beninteso—, potrebbero sembrare in sintonia, almeno potenziale, con la discontinuità tra fasi bio-geopolitiche che è la bandiera degli studi recenti di cui ci stiamo occupando, invece Mengaldo le dà come rigorosamente confinate all'interno della storia intellettuale del poeta. "Contini's dread of biographism, conceived as a stain compromising the eternal greatness of poetry", come lo definisce la nostra Ouverture (140), ha pervaso anche il commento di Mengaldo, almeno nel senso di non indurre nell'editore e commentatore la minima curiosità su dove l'esule si trovasse mentre pensava e scriveva i due trattati, appoggiandosi a chi, essendo amico di chi e nemico di chi, vivendo come, facendo o non facendo azioni [End Page 207] politiche, e quali azioni politiche, ecc. Tutto ciò che Mengaldo dice a questo proposito (xvii), e lo fa ereditando un'idea dal precedente commento di Marigo (1938: xxiv–xxvi), è che "un rapporto abbastanza preciso con la cultura latina e volgare della Bologna del tempo pare [. . .] ben probabile", ma aggiungendo di suo: "la presenza di Dante a Bologna tra il 1304 e il 1306 è un luogo abbastanza comune tra gli studiosi (spesso addirittura [absit!] con congetture sulla sua partenza dalla città dopo il patto dei bolognesi coi guelfitoscani del marzo 1306) e sarà anche probabile, ma non è provata" (xvii, n. 1).

Bene: quante cose del De vulgari eloquentia, e del suo rapporto con il Convivio, si capivano, e quante non si capivano, restando all'interno del paradigma Contini-Mengaldo (cioè di uno storicismo puramente interno, 'endogeno', al divenire poetico e intellettuale dell'autore)? E quante cose in più e meglio abbiamo capito oggi grazie ai "minor details in Dante's life" di cui siamo nel frattempo diventati curiosi, cioè adottando uno storicismo che tiene conto anche delle circostanze esterne? Dalla risposta a queste domande dovrebbe desumersi quale debba essere, nel caso specifico, la risposta alle domande "What for?" e "At what price?". Cioè: le ricerche sulle circostanze biografiche, che ovviamente costano fatica (documenti d'archivio, manoscritti, bibliografia locale ottocentesca, ecc.) pagano? E pagano a vantaggio di chi non abbia nessun interesse per la minuta erudizione storica, ma sia interessato solo a capire bene i testi di Dante? Il caso del De vulgari eloquentia ci consente di dare una risposta empirica a queste domande teoriche.

Schematicamente, dunque, partendo dai singoli contenuti interni al testo e risalendo al testo nel suo insieme e al suo rapporto con il Convivio, direi che l'attenzione alle circostanze biografiche ci ha consentito di capire quanto segue:

- la dicotomia fra volgari "lombardi" e "romagnoli" (DVE 1.14.2–5), che non ha alcun fondamento nella geografia linguistica reale, e con essa l'intero assetto dei volgari settentrionali nell'Italia dialettale di Dante, si spiega nel modo più economico con l'intento di dare a Bologna la centralità fra queste due macroaree, e con ciò assegnare al bolognese il primato estetico per la sua 'medietà' (1.15.2–6);

- il contenuto politico sarcastico degli esempi di "supprema constructio" sintattica (2.6.4) si spiega nel modo più economico, e oserei dire evidente, come messaggio di un esule fiorentino guelfo bianco alla città di Bologna che lo sta ospitando; [End Page 208]

- l'esaltazione dei poeti volgari bolognesi (1.15.6) e dei loro modestissimi affiliati romagnoli (1.14.3), e la dichiarazione sprezzante che non possono esistere poeti ferraresi, modenesi e reggiani (1.15.4), ricalca i confini dell'alleanza politica antiestense, antiangioina e antifiorentina di vitale importanza così per Bologna come per gli esuli bianchi nel 1304–05;

- l'esaltazione poetica di Cino da Pistoia, come campione della poesia d'amore (1.10.2, 13.4, 17.3, 2.2.8, 5.4, 6.6) in coppia con Dante (che si definisce continuamente "amicus eius") come campione della poesia dottrinaria, è assolutamente sproporzionata rispetto all'effettivo valore poetico di Cino e alla stima effettiva che Dante ne aveva (come ha notato giustamente Fenzi 2012: xlii–xliii e liv–lvi), e trova invece preciso riscontro nel credito di cui godeva Cino a Bologna sia come giurista sia come poeta volgare; e l'ostentata diarchia poetica Cino-Dante esprime uno straordinario valore simbolico bipartisan, per il fatto che entrambi sono esuli, e di partiti opposti: guelfo bianco Dante, guelfo nero Cino (Tavoni 2017: 25–29);

- l'esaltazione dell'imperatore Federico II e di suo figlio Manfredi (1.12.4–5), e la violenta denigrazione di tutti i volgari toscani e particolarmente del fiorentino (1.13), sono perfettamente compatibili con la scelta strategica di costruire il proprio futuro a Bologna dopo la rottura con i fuorusciti fiorentini, e del tutto incompatibili invece con la fase biografica posteriore alla richiesta di perdono a Firenze;

- a sua volta, la destinazione del Convivio a "principi, baroni, cavalieri e molt'altra nobile gente, non solamente maschi ma femmine, che sono molti e molte in questa lingua, volgari, e non litterati" (Convivio 1.9.5), in quanto trattato di filosofia etica e politica, progettato per "insegnare ai nobili che cosa sia la vera nobiltà" (Fioravanti 2015), trova la sua collocazione ottimale nella Verona scaligera del 1303–1304, il che è coerente con il fatto che Dante prima ha pensato e iniziato il Convivio, poi ha pensato e iniziato il De vulgari;

- infatti lo stretto legame fra i due trattati si spiega molto più logicamente in termini di un complemento linguistico a un progetto politico-filosofico che non viceversa (vedi invece Mengaldo, qui sopra);

- l'idea aristotelica della politicità del linguaggio, citata nel primo capitolo del De vulgari, resta inspiegabile o come minimo irrelata all'interno dell'idea puramente poetica di linguaggio che aleggia nel paradigma Contini-Mengaldo, mentre sostanzia perfettamente la coerenza [End Page 209] ideologica di fondo fra i due trattati, il loro essere stati concepiti come parti di una stessa operazione altamente pedagogica;

- la vessatissima contraddizione fra il giudizio di maggiore nobiltà assegnato al latino nel Convivio, e di maggiore nobiltà assegnato al volgare nel De vulgari, su cui sono corsi fiumi d'inchiostro senza risultati convincenti (Mengaldo 1968: l–lxiv), si spiega meglio, secondo me, se si esce dal mero confronto dottrinale e si chiama in causa il diverso atteggiamento autoriale di Dante verso i diversi pubblici dei due trattati: l'atteggiamento di 'filosofo laico' che divulga la filosofia a nobili illetterati nell'entourage scaligero veronese, che presuppone la tradizionale superiorità del latino; e l'atteggiamento di massimo poeta volgare e teorico dell'eloquenza volgare, che può spingersi a valorizzare fino a questo punto il volgare avendo come interlocutori un pubblico solidale di maestri di artes dictandi in latino e in volgare e di giudici-notai perfettamente litterati ma al tempo stesso appassionati e cultori di poesia volgare;

- l'altra vessata—e presunta—contraddizione tra il volgare illustre come lingua della poesia alta o come lingua politica di una futura utopica Italia imperiale è una contraddizione insanabile (e infatti Mengaldo: 1968 vi si diffonde per 23 pagine, lxiv–lxxvii) se si resta sul piano della pura speculazione dottrinale. Una volta che si veda, invece, il ruolo politico che Dante assegna—con stratosferica originalità—ai doctores eloquentes, esso appare la chiave di volta di tutto il De vulgari eloquentia, e la contraddizione sparisce;

- infine, il De vulgari verrà anche lasciato interrotto "quando la Commedia è diventata per Dante una presenza così assorbente ed esclusiva da imporre il sacrificio di quanto dell'attività in corso allontanasse da essa o addirittura ne contraddicesse taluni fondamenti" (Mengaldo 1968: xvi), ma il rovesciamento del regime guelfo bianco di Bologna nel gennaio-febbraio 1306, che costringe Dante a fuggire e a doversi inventare altrove una nuova prospettiva di vita e un ruolo di intellettuale completamente nuovo, può ben aver rappresentato una traumatica, decisiva spinta ad abbandonare la composizione di un testo che "porta segni così profondi della congiuntura biografica entro la quale è stato concepito da non resistere alla distruzione di quello stato di cose" (Tavoni 2011: 1116); e può aver creato la pre-condizione per l'emergere del progetto del poema sacro come totalmente sostitutivo di quello dei due trattati dottrinari entro una condizione di vita forzatamente e radicalmente diversa dalla precedente. [End Page 210]

Queste undici spiegazioni di contenuti specifici del testo, e del suo significato d'insieme in coppia con il Convivio, le sintetizzo qui in forma apodittica, ma altrove le ho argomentate dettagliatamente (Tavoni 2011 e 2015b). Esse, per la loro puntualità, hanno il vantaggio di essere falsificabili, cioè sostituibili con spiegazioni alternative che si dimostrino, con argomenti razionali, più efficaci ed economiche. Finora nessuno lo ha fatto. Hanno ottenuto autorevoli consensi in Zanni (2011: 285 e 293–7), Pertile (2015: 468 e 486), Mangini (2017), inventore della felice definizione di "paradigma critico della contingenza", e Armando Antonelli (in corso di stampa), il più grande conoscitore della documentazione d'archivio sulla cultura volgare bolognese. Chi non ne è convinto non ha invece prodotto nessuna contro-argomentazione—che sarebbe quanto mai utile per spingere avanti il progresso delle conoscenze—bensì le ha solo etichettate come "riduttive" e "meccaniche", parole magiche di cui non riesco ad afferrare il preciso contenuto (Tavoni 2017).

Ripeto che sto qui esplorando la "congiuntura biografica" De vulgari eloquentia-Bologna 1304–1306 come case study, perché è il caso da laboratorio più isolabile e più falsificabile, e dunque il più adatto a dare una risposta empirica, a posteriori e non a priori, alla domanda generale se le ricerche condotte entro il cosiddetto "paradigma della contingenza" siano utili, e quanto utili, a penetrare il più autentico significato dei testi.

È anche giusto confrontare il nostro case study con il rischio di "an argumentative circularity between the interpretation of textual and historical data", dal quale mette giustamente in guardia la nostra Ouverture (140). Non credo che sia questo il caso, perché i fatti testuali e i fatti storici che convergono sulla "congiuntura biografica" De vulgari eloquentia- Bologna 1304–1306 sono indipendentemente solidi, per cui fra gli uni e gli altri scatta un circolo virtuoso, non vizioso.

A ulteriore conferma di tale "congiuntura biografica" mi fa piacere portare—sempre per il loro valore metodologico generale—due argomenti nuovi, uno storico e uno letterario (fra loro indipendenti, per ribadire il concetto appena espresso).

L'argomento storico è che le guerre combattute in Toscana fra Bianchi e Neri vanno contestualizzate insieme con quelle combattute in Italia settentrionale, dato che rientrano nella complessiva politica impostata da Bonifacio VIII vòlta a imporre il proprio dominio sull'intera Italia centro-settentrionale, e che il ruolo fondamentale nel coordinare la resistenza a questa politica fu esercitato, in entrambi i teatri, da Bologna [End Page 211] (Grillo in corso di stampa). Questa contestualizzazione rende ancora più motivata, politicamente, da parte di Dante, la scelta di Bologna come propria città di elezione dopo la battaglia della Lastra.

L'argomento letterario è contenuto nel libro di Justin Steinberg Accounting for Dante (2007, trad. italiana 2018). I notai cultori di poesia volgare sono ovviamente uno dei gruppi sociali che fanno di Bologna la città ideale nella quale e per la quale Dante ha concepito e scritto il De vulgari, e i Memoriali bolognesi sono il luogo principe che per più di mezzo secolo (1279–1333) documenta la loro attività. Ma il libro di Steinberg ci rivela che le trascrizioni di versi operate dai notai configurano la scelta di un canone antitetico a quello del Vat. Lat. 3793 e omologo a quello che sarà il canone dantesco dal De vulgari eloquentia al Purgatorio: anti-guittoniano, anti-siculo-toscani, anti-Monte Andrea, filo-stilnovista. E questo è particolarmente visibile nelle trascrizioni della "seconda fase", la più ricca (poesie n. 7–52 dell'ed. Orlando 2005), corrispondente agli anni 1286–1290, anni cruciali della "repubblica dei notai" (Steinberg 2007: 20–23). In questi anni i notai affiancano a canzoni e ballate popolari, in sintonia con il regime di popolo di cui sono il pilastro, testi di Giacomo da Lentini, Bonagiunta Orbicciani, manifesti poetici guinizzelliani, il Fabbruzzo dei Lambertazzi del De vulgari (1.15.6, 2.12.6). E Dante. Sono gli anni entro i quali probabilmente cade il primo soggiorno bolognese di Dante, quando avviene la registrazione, direi in tempo reale, del sonetto della Garisenda (1287, n. 31 ed. Orlando 2005) e quella straordinariamente tempestiva (1292) di Donne ch'avete intelletto d'amore (n. 53). È evidente quanto tutto ciò stringa il legame di dare e avere fra Dante e questo ambiente, e non solo nel primo ma anche nel secondo soggiorno, nel quale la composizione del De vulgari può avvenire in condizioni di affinità di idee sedimentate da tempo.

Ho voluto rivolgermi a studiosi e lettori che studiano e amano Dante ma non sono interessati alle ricerche storico-biografiche di stampo erudito, per tentare di convincerli che queste ricerche, se vanno a buon fine, permettono di capire più e meglio il significato dei capolavori di Dante. [End Page 212]

Additional Information

ISSN
2470-427X
Print ISSN
2470-4261
Pages
201-212
Launched on MUSE
2019-07-02
Open Access
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