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Dal mio punto di vista il quesito più pressante sollevato in questo Forum riguarda certamente il compito che si prospetta a storici e filologi nel momento in cui decidono di cimentarsi con il personaggio e poeta Dante. Dico personaggio e poeta perché entrambi sono coinvolti in prima persona nelle dinamiche che si attivano all'atto di ricostruirne la biografia. Il problema più spinoso è infatti rappresentato dalla estrema penuria di documenti; penuria che, per quanto riguarda il periodo dell'esilio, si converte sostanzialmente in una cronica assenza. Le pochissime notizie di cui disponiamo intorno alla vita del poeta costringono a scavare negli interstizi faticosamente aperti tra verso e verso della Commedia o tra rigo e rigo della sua prosa, al punto che le esili sottoscrizioni delle Epistole o della Questio de aqua et terra costituiscono una delle pochissime fonti da cui rampolli un po' d'acqua fresca per irrigare una cronologia rachitica.

A titolo di esempio basti ricordare che l'unico vero e proprio documento d'archivio a fare espressa menzione del poeta e a vederlo protagonista in prima persona durante l'esilio è costituito dalla celeberrima pace di Castelnuovo dell'ottobre del 1306, il che ci consente di collocarlo, alla data, in Lunigiana. Per il resto, eccettuati l'accordo di San Godenzo del Mugello del 1302, l'estromissione dall'amnistia del 1311 o la condanna del 1315, dobbiamo affidarci—ripeto—alla sottoscrizione delle sue lettere o, nel caso della Questio, delle sue opere. Tutto ciò ha aperto intere praterie dove le congetture di critici e dantisti si sono succedute senza sostanziale tema di smentita, specialmente in questi ultimi tempi. Un'ipotesi possibile infatti conserva intatta la propria dignità se a fronte di essa non si possono allegare che altrettante ipotesi possibili: un esercizio facile e comodo, in fin dei conti, al riparo da rovinose cadute.

Contro la coazione a ripetere: formazione di un canone

L'estrema incertezza del dato biografico si incontra e si fonde con quella che mi piace chiamare la tolleranza democratica di Dante: su Dante [End Page 176] tutti hanno pieno diritto di scrivere, tutti hanno pieno diritto di avanzare le proprie interpretazioni, tutti hanno pieno diritto di proporre letture più o meno congruenti, rivoluzionarie, stravaganti senza che l'anima del poeta se ne abbia a male. Il campo di studi è così vasto che non sopporta e non ammette alcun tipo di barriera o categorizzazione. Si va dal fumetto alla rigorosa edizione critica, dallo studio di gender alla attualizzazione cinematografica, senza tralasciare i videogiochi, a testimonianza del fatto che—come è stato detto di recente—la fortuna del poeta non ha mai goduto di uno stato di salute così buono come ora (Santagata 2015). Si aggiunga la circostanza che le opere dantesche, e la Commedia in particolare, sono ampiamente tradotte in molte lingue del mondo favorendone la diffusione e le conseguenti, molteplici letture. È un terreno ricchissimo di spunti e foriero di continue novità che rischia però di assumere, a ogni passo, la dimensione della selva oscura o del labirinto senza uscita o, peggio, del chiacchiericcio da social network. In nessun altro settore dell'italianistica la bibliografia si moltiplica e si espande senza sosta e in più direzioni quanto negli studi danteschi, secondo modalità che da qualcuno sono state assimilate ai criteri di crescita del broccolo romanesco.

L'esito finale può essere duplice: da un lato un'olimpica inclinazione a prescindere costantemente dai contributi scientifici più solidi e avvertiti, i quali nel migliore dei casi non avrebbero nulla da aggiungere o da dire alle nostre originalissime interpretazioni; dall'altro, negli studiosi più responsabili, un moto di assoluta disperazione di fronte all'impossibilità non che di leggere, anche solo di tenere aggiornata la schedatura rispetto alla quasi quotidiana produzione di nuovi contributi. Tale disperazione si converte in un sentimento di autentica frustrazione allorché, giunti al termine della lettura di un saggio di un centinaio di pagine, ci si rende conto che esso risulta, ai nostri fini—e non di rado anche ai più generali fini degli studi danteschi—del tutto ripetitivo o addirittura completamente inutile. È questa una seconda caratteristica della bibliografia sull'Alighieri: ossia una insopprimibile tendenza che molti contributi manifestano a dilatarsi ed espandersi in modo abnorme, quale che sia il soggetto di cui essi si occupino. Alla base di una simile dilatazione esiste una ragione di sistema: ogni studioso, all'atto di redigere il proprio saggio, si sente in dovere di mettere al corrente il lettore sullo status quaestionis, ciò che impegna di per se stesso dalle dieci alle venti cartelle a seconda dell'argomento. Su questo zoccolo cresce poi il [End Page 177] resto dell'articolo. Ebbene, anche in quella che dovrebbe costituire la parte originale del saggio non è raro assistere a una ripetizione di quanto asserito e dimostrato da interventi pubblicati, con maggiore rigore e precisione, almeno un cinquantennio prima. Nei casi meno fortunati si registra invece la riproposizione di argomenti già ampiamente e categoricamente liquidati, e tutto ciò non tramite l'addizione di qualche elemento di novità o di qualche spunto di riflessione, e nemmeno sotto forma di crescita parassitaria, ma per pura ignoranza della bibliografia pregressa, specie se afferente all'erudizione di fine Otto o di primo e pieno Novecento, quasi che un contributo perdesse di valore per il semplice fatto d'essere redatto in una lingua un po' invecchiata.

A titolo di esempio, in tempi recenti non è raro vedere affrontati i temi del contesto culturale latino e romanzo tra Duecento e Trecento e degli albori del primo Umanesimo esibendo come riferimento bibliografico principe i pur generosi studi di Ronald Witt e mostrando di ignorare coloro che gli studi di quel contesto hanno sostanzialmente fondato. Solo per citarne alcuni: Edward Moore, Paget Toynbee, Giovanni Mercati, Michele Barbi, Giuseppe Billanovich, Augusto Campana, Carlo Dionisotti, Gianfranco Contini, quasi che citare la bibliografia datata apparisse un'attitudine di retroguardia. Infine non mancano casi in cui tali studi vengono sì richiamati, mostrando tuttavia di averne sostanzialmente frainteso i contenuti. Il fenomeno è tutt'altro che nuovo. Già Michele Barbi notava che:

si torna spesso a riproporre questioni già risolte, a valersi d'argomenti e di prove dimostrate senza valore, e, peggio, a ripeter cose che sono senza fondamento alcuno o sicuramente erronee. Questo avviene in modo particolare e con frequenza impressionante negli studi danteschi.

(Barbi 1934: V)

Il Bullettino della Società Dantesca prima e gli Studi danteschi poi erano nati anche con il preciso scopo di monitorare la lussureggiante produzione scientifica dedicata a Dante e di potarne il troppo e il vano, fungendo da guida bibliografica. Proprio la lettura del Bullettino e degli Studi—nel caso di questi ultimi almeno per la prima parte della loro storia—aiuta a formarsi un primo canone di autori e di contributi da ritenersi affidabili. È la direzione che il compianto Saverio Bellomo additava agli studiosi, specie a quelli più giovani, per cercare di far fronte a quest'idra dalle mille teste: [End Page 178]

preliminarmente il lettore non occasionale dovrà orientarsi nella sconfinata bibliografia, per scegliere i contributi che possano avere una maggiore utilità, scartando quelli che costituiscono una perdita di tempo. Infatti la vastità della produzione implica fatalmente un abbassamento del livello della stessa. [. . .] Per discriminare tra contributi utili e inutili conta soprattutto l'esperienza, attraverso la quale si comincia a distinguere, per assaggi, il valore degli autori o della scuola da cui questi provengono. [. . .] Il primo passo nell'approccio al testo, come Dante stesso afferma, è la comprensione della lettera, per la quale oltre alle informazioni di base sulle strutture linguistiche della lingua della Commedia, sono indispensabili i moderni commenti, dai quali si ricava anche una prospettiva di lettura.

(Bellomo 2012: 258–259)

Sono consigli tanto semplici quanto utili. Dante scrisse in latino e in italiano antico. Prima di imbarcarsi in un qualsiasi tentativo di interpretazione occorre essere sicuri di avere compreso adeguatamente il testo. Il che non è affatto scontato. Beninteso: nessuno è tenuto a imboccare il duro calle degli studi di erudizione, filologia, linguistica storica; essi sono e resteranno terreno per pochi e forse è opportuno che le cose rimangano così. Tutti però siamo tenuti a conoscerne almeno gli esiti principali. Una prima, elementare indicazione che mi sentirei di dare, specie alle generazioni dei giovanissimi e specie a coloro che desiderano occuparsi degli aspetti biografici, è dunque quella di affidarsi a quegli autori che, tecnicamente, hanno fornito i contributi più solidi per la comprensione della lettera delle opere dantesche.

Superare le barriere: dantisti e medievisti

Una seconda osservazione che si è soliti muovere agli studiosi di Dante, e in particolare ai biografi, oltre alla ineludibile coazione a ripetersi, riguarda la scarsa permeabilità ai contributi delle altre discipline. Da parte di alcuni critici tale osservazione è stata ripetuta tanto spesso da diventare una specie di ritornello che finisce col diventare anche troppo ingeneroso nei riguardi dei dantisti. È vero però che il ricorso necessario alle pur utilissime voci della Enciclopedia Dantesca lascia talvolta l'impressione di aggirarsi in un circolo vizioso che finisce con lo spiegare Dante solo con Dante (secondo la nota formula di Giambattista Giuliani), senza sfruttare adeguatamente il progresso registrato in altri campi di studio. Anche in questo caso, per limitarsi a un esempio ormai [End Page 179] datato, è indubbio che la pubblicazione delle concordanze dantesche condotta a termine dalla gloriosa stirpe dei dantisti di Harvard tra fine Ottocento e primi del Novecento alzò decisamente il livello scientifico-metodologico nell'approccio alle opere del poeta rispetto all'epoca precedente, recando nuovi e robusti argomenti attributivi per la costituzione del canone delle opere dantesche. Quello delle concordanze, cui il grande filologo Gianfranco Contini esortava paternamente ad applicarsi nel campo della letteratura romanza, ha costituito anche per gli studi danteschi un enorme passo in avanti, come non mancava di notare sin dal 1896 Edward Moore: "I have often thought that the most generally useful commentary on the Divina Commedia in existence is the invaluable Concordance of Dr. Fahy" (Moore 1896: 45).

Oggi è possibile ricercare tra i testi danteschi indicizzati, verificare i richiami intertestuali grazie alla digitalizzazione delle edizioni critiche, compiere sondaggi relativi alle fonti in modo molto più rapido e approfondito; e tuttavia quelle vecchie concordanze—con tutte le cautele del necessario controllo testuale—consentono di gettare uno sguardo d'insieme sul vocabolario e, direi, sullo stile di Dante che non smette di produrre frutti. Naturalmente anche qui non mancano gli eccessi. Non è sufficiente infatti allegare colonne di dati statistici per sancire attribuzioni a questo o quell'autore, sia esso Dante o Petrarca o Boccaccio. Come amava ripetere Dionisotti in Geografia e storia della letteratura italiana, convertendo a suo uso il celebre motto oraziano, solo colui "cui lecta potenter erit res" sarà in grado di fornire di ciascun testo una interpretazione convincente (Dionisotti 1967: 103). In tal modo si eviteranno attribuzioni forse eccessivamente perentorie, come quelle che di recente hanno guidato su base 'statistica' la redistribuzione del Fiore tra Dante da Maiano e qualche altro rimatore minore (Stoppelli 2011), o ampiamente passate in giudicato, come quelle che hanno rispolverato la paternità boccacciana per le Ecloge dantesche (Spagnolo 2018). Un altro settore in cui occorre registrare un deciso progresso in questi ultimi tempi è quello del dialogo tra studiosi di Dante e storici medievali. Basta scorrere i contributi dei grandi medievisti del passato, da Cipolla a Tabacco, da Capitani a Manselli, da Morghen ad Arnaldi, solo limitandosi ad alcuni nomi, per notare come il contributo dello storico del Medioevo si configurasse in sostanza come un intervento extra moenia, su temi ben specifici e circoscritti, con un tono che non ammetteva repliche anche perché, nella maggior parte dei casi, voleva evitare di immischiarsi nelle ormai [End Page 180] proverbiali beghe fra esperti di Dante. Lo stesso identico atteggiamento si può riscontrare negli storici della filosofia, e basterebbe richiamare, per tutte, la posizione a dire poco diffidente, o meglio irriverente, che Bruno Nardi assumeva nei riguardi dei dantisti. Recentemente invece si è assistito a un proficuo moto di condivisione delle diverse discipline, come dimostrano ad esempio, la presenza di un puntuale saggio storico firmato da Giuliano Milani nella recente biografia dantesca di Giorgio Inglese (Milani 2015) o alcuni interventi importanti di Andrea Robiglio sul lessico filosofico dantesco (Robiglio 2017). Occorre dire subito che responsabile di questo avvicinamento tra dantistica e storia è stata l'opera tenace di Umberto Carpi (Carpi 2004) che ha promosso una lettura e una interpretazione dei testi danteschi, e soprattutto della Commedia, alla luce di un pervasivo scrutinio delle fonti coeve in nostro possesso. Semplificando all'estremo, ad avviso di Carpi la sequenza di avvenimenti e personaggi del poema dantesco rifletteva in buona sostanza personaggi e passioni politiche che il poeta registrava nel momento in cui li incontrava e le viveva, secondo la efficace formula dell'instant book. Questa lettura in presa diretta del poema imponeva però sul collo di Dante la gogna del continuo cambio di prospettiva e schieramento politici, tale era infatti la sequenza di atteggiamenti che secondo Carpi emergeva dai ritratti sbozzati dal poeta soprattutto nell'Inferno: a titolo di esempio, la condanna di Farinata di Inf. 10 o l'elogio di Guido Guerra di Inf. 16 altro non erano che la rivendicazione di guelfismo (e più, di guelfismo nero) che, a quell'altezza cronologica (1306–1307), Dante rendeva pubblica per agevolare una concessione di perdono da parte dei Neri intrinseci e aprirsi la strada del ritorno a Firenze. Lungo questa linea Carpi interpretava tutta la prima parte dell'esilio dantesco, in un continuo andirivieni tra fonti storiche e poema.

La prospettiva è stata intelligentemente raccolta e potenziata da Marco Santagata che, con qualche modifica e qualche innesto, ne ha fatto l'ossatura della propria biografia dantesca. La Vita romanzata di Santagata (2012) ha sollevato infinite discussioni di metodo e contenuto, su cui tornerò in chiusura, ma ha avuto il merito di rilanciare con forza la spinta data da Carpi e di rafforzare ulteriormente la discussione e la collaborazione tra medievisti e dantisti: questa volta, mi pare di poter dire, in un'ottica di minore diffidenza. Semmai il rischio che si può correre in questo tentativo di dialogo è quello, opposto, del determinismo delle fonti: se la cronica assenza di documenti ha alimentato perniciosi voli di [End Page 181] fantasia, è vero anche che un'eccessiva rigidità in senso contrario rischia di condurre a qualche forzatura. Proprio Milani infatti ha recentemente derubricato le pretese radici nobiliari rivendicate da Dante nel poema come una sua genuina invenzione, e questo poggiando sul sostanziale silenzio di documenti diretti (Milani 2016). Ora, detto che i documenti del contesto hanno permesso invece interpretazioni diverse e opposte (Faini 2014), se assunta dal filologo, una prospettiva tanto rigida e aderente al mero dato materiale potrebbe, paradossalmente, arrivare a negare al poeta la paternità della Commedia, dal momento che noi non possediamo alcun autografo del poema ma solo copie di una decina d'anni più tarde rispetto alla morte di Dante.

D'altro canto è pur vero che proprio il recupero attento e l'analisi puntuale del documento d'archivio, anche nella sua materialità, hanno permesso alla recente e notevole edizione del Codice Diplomatico Dantesco di produrre risultati nuovi ed eccellenti anche in prospettiva biografica (De Robertis, Milani, Regnicoli and Zamponi 2016). E tuttavia rimangono ancora ampi terreni da dissodare. Non tutte le diffidenze sono vinte. Tra i dantisti serpeggia l'impressione che gli storici medievali abbiano nei riguardi dell'opera dantesca un approccio troppo rudimentale, non riescano a leggerne e interpretarne correttamente il testo e si affidino a una applicazione troppo meccanica degli strumenti documentari in loro possesso alla struttura generale soprattutto del poema, ma non solo. A loro volta i medievisti potrebbero, a ragione, rimarcare da parte degli studiosi di Dante e ancor più dei suoi biografiuna eccessiva sottovalutazione del dato storico, atteggiamento non molto diverso da altri analoghi già conosciuti in passato: manca una adeguata consapevolezza della storia delle istituzioni comunali e signorili, così come dei meccanismi che presiedettero al loro funzionamento e determinarono la loro evoluzione; spesso i perimetri e le dinamiche di questi ambienti non vengono individuati né compresi, il che conduce a formulare giudizi sommari, a costituire contesti storico-politici fittizi a fronte di una realtà molto più variegata, e a trarre da questi contesti fittizi conclusioni inattendibili. Molto lavoro resta da fare sul versante della cronachistica: benché si tratti di un campo di studi che ha visto in tempi recenti una notevole crescita di interesse (Francesconi and Miglio 2017), accade spesso di veder citate le cronache frettolosamente, altrettanto spesso senza una adeguata comprensione del testo e senza prenderne in considerazione la tradizione manoscritta o la stratificazione redazionale [End Page 182] (Pellegrini 2017). In particolare andrebbero sistematicamente esplorate le cronache precedenti o coeve a Dante di area settentrionale, si pensi solo alla notizia recentemente fatta emergere da Varanini dalla cronaca di Ubertino da Romano (Varanini 2018: 14–15 n. 20). È un campo di studi in cui occorre incrementare un corretto dialogo tra gli esponenti delle diverse discipline.

De profundis per l' Instant Book

Come esempio conclusivo di questo modo di lavorare torno, come promesso, sulla biografia di Santagata (2012). In avvio di questo breve intervento si diceva delle vaste praterie che il silenzio documentario consente di percorrere a tutti gli studiosi o anche ai semplici appassionati di Dante. Nel caso di Santagata è indubbio che lo spazio lasciato aperto ha permesso alla sua accattivante prosa di produrre quello che recentemente è stato definito, in modo forse un po' troppo severo ma indubbiamente efficace, un progressivo "incastellamento di ipotesi" (Inglese 2017). Muro su muro, torre su torre, l'edificio biografico cresce e si autosostiene fino a formulare una serie di sentenze tanto apodittiche quanto conclusive, tutte possibili perché non perentoriamente smentibili sul piano documentario. Ebbene, tutta la porzione centrale della biografia di Santagata si impegna a dimostrare che Dante trascorse un buon quarto dell'intero arco dell'esilio proprio a Pisa, dal 1312 al 1316: il più lungo soggiorno del poeta in una singola città ad eccezione di Firenze. L'iter muove sostanzialmente dalla menzione del vescovo di Luni nell'epistola XI ai cardinali italiani datata all'estate del 1312: una menzione che, nella consueta logica dell'instant book, si giustificherebbe solo con la presenza di Dante in area pisano-lunigianese. Alla caduta della podesteria pisana di Uguccione della Faggiola, nell'estate del 1316, il poeta si sarebbe portato a Verona muovendosi attraverso la Lunigiana al seguito dello stesso Uguccione e di Spinetta Malaspina che si posero subito al servizio di Cangrande. Solo loro, ad avviso di Santagata, avrebbero potuto adeguatamente presentare a Cangrande il povero poeta esule, altrimenti sbandato e privo di qualsiasi tutela. Dante si sarebbe allocato presso Cangrande di malavoglia guardandosi intorno se potesse, alla prima occasione, trovare una sistemazione più condecente al suo valore. Dalla necessità di sopravvivere all'ombra del condottiero scaligero [End Page 183] sarebbe nata l'idea di dedicare a Cangrande i canti centrali del Paradiso che, costituendo senza alcuna discussione il più alto elogio pronunciato dal poeta nei riguardi di un vivente, devono necessariamente essere sterilizzati da Santagata come "il più smaccato encomio cortigiano che sia uscito dalla sua penna" (Santagata 2016: 38). E per rafforzare l'idea di un Dante che mordeva il freno era necessario trasferirlo a Ravenna il prima possibile, magari già alla metà del 1318. In quest'ottica però risultava difficile spiegare come mai il poeta si trovasse a Verona nel gennaio 1320 in tempo per pronunciare la celebre Questio de aqua et terra: era questione di poco momento, liquidata rispolverando—con buona pace di Barbi—la vecchia tesi nardiana della falsità del trattatello, tesi ormai superata da una interminabile serie di prove che a mio giudizio ne dimostrano inequivocabilmente l'autenticità.

Uno degli esiti più consistenti germinati da questa impostazione biografica e dall'ipotesi di questo lungo soggiorno pisano è il poderoso volume Enrico VII, Dante e Pisa frutto dell'omonimo convegno del 2013 (Petralia-Santagata 2016). Una porzione non esigua del volume di atti viene infatti impegnata per puntellare l'asserzione di partenza e soprattutto per togliere di mezzo l'ingombrante macigno della Monarchia: sul trattato politico gravava il sospetto, anzi il parere di illustri filologi che ne avevano collocato la stesura non a Pisa ma molto più tardi, a Verona o a Ravenna e in un contesto ben diverso. Posticipare la Monarchia di qualche anno significava dunque sottrarre uno degli argomenti fondamentali alla base del disegno iniziale. Ecco dunque riproporsi l'antichissima ipotesi, già del Boccaccio, che il trattato fosse stato portato a compimento all'epoca della "elaborazione e pubblicazione delle costituzioni [pisane] stesse," cioè il 2 aprile 1313, "a Pisa, dove Dante si trovava dal 1312" (Quaglioni in Alighieri 2014: 843).

Se si cercheranno le fondamenta di un simile incastellamento—per usare le parole di Inglese—, si faticherà a trovarle: si tratta di ipotesi su ipotesi che però, non del tutto inverosimili, possono essere agevolmente proposte accanto ad altre, senza tema di smentita. Qualche perplessità in più suscita il fatto che, sfrondata dai corollari estremi (falsità della Questio, liquidazione di Cangrande), l'idea del soggiorno pisano-lunigianese (con qualche oscillazione che vorrebbe il poeta anche in Casentino) è stata sostanzialmente accolta anche dalla biografia di Giorgio Inglese, inclusa l'argomentazione già menzionata che fa perno sull'epistola ai cardinali italiani. Inglese chiama a sostegno le testimonianze di Filippo [End Page 184] Villani e di Leonardo Bruni (Inglese 2015: 129). Tralascio qui di discutere Villani, da cui non è possibile ricavare alcun elemento di cronologia attendibile. Leonardo Bruni nella sua Vita di Dante scrisse chiaramente che alla notizia dell'elezione di Enrico VII il poeta aveva rinunciato all'idea di rientrare a Firenze con una amnistia schierandosi apertamente dalla parte dell'Impero e minacciando vendetta ai Fiorentini qualora non si fossero arresi alla sua autorità imperiale. E aggiunge una notizia importante: "Pure il tenne tanto la reverenza della patria che, venendo lo imperadore contro a Firenze [settembre 1312] e ponendosi a campo presso alla porta, non vi volle essere, secondo lui scrive, con tutto che confortatore fusse stato di sua venuta" (Bertè and Fiorilla 2017: 237). Bruni maneggiò lettere autografe di Dante per noi oggi perdute, e in questo caso citava probabilmente una lettera. Per quanto, come si è più volte detto, gli argumenta ex silentio vadano accolti con molta cautela, occorre aggiungere che questa notizia trova conferma sul versante documentario: il nome di Dante infatti non figura nella lista di oltre 400 fiorentini presenti nel campo d'assedio di Enrico, lista stilata dalla parte guelfa di Firenze il 7 marzo 1313 e ospitata nel Libro del chiodo (è un elenco dettagliato dove figura, per esempio, il poeta e rimatore Sennuccio del Bene). Questa fonte, unitamente alle parole stesse del poeta riferite da Bruni, rendeva di per se stessa probabile l'ipotesi che Dante non si trovasse in quel momento in Toscana ed è su queste basi che già Petrocchi preferiva collocare il poeta già a Verona presso gli Scaligeri (Petrocchi 1978: 43–44).

A sciogliere i nodi sin qui intrecciati o, restando in metafora, a far scricchiolare l'incastellamento, giunge ora un documento che, con qualche eccezione, era stato sin qui sostanzialmente ignorato da medievisti e dantisti. Nell'agosto del 1312 Cangrande della Scala inviò una lettera preoccupatissima al novello imperatore Enrico VII denunciando i gravi dissensi sorti in seno alla pars Imperii: Filippo d'Acaia, nipote dell'Imperatore e vicario imperiale di Pavia, Vercelli e Novara, e Werner von Homberg, capitano generale della Lombardia, erano venuti alle mani durante la dieta ghibellina di Vercelli del giugno 1312 e solo il tempestivo intervento dei presenti aveva evitato un tragico epilogo. Cangrande manifestava all'Imperatore tutta la propria preoccupazione, invitandolo a riportare la pace e la concordia prima che altre membra del corpo imperiale si sollevassero le une contro le altre armate. Il momento era—non occorre sottolinearlo—delicatissimo: l'Imperatore si apprestava a [End Page 185] stringere d'assedio Firenze e aveva bisogno di tutto il sostegno degli alleati. Ebbene, questa lettera ha fatto emergere elementi rilevantissimi che—a mio avviso—ne impongono l'attribuzione alla penna di Dante: troppe e troppo pesanti le coincidenze nell'uso delle fonti con altri testi danteschi e soprattutto—ma non solo—la sequenza di citazioni dalle Variae di Cassiodoro (1.1 e 2.29) che coincide perfettamente con l'esordio della celebre pace di Castelnuovo del 1306, la cui stesura si assegna ormai, abbastanza pacificamente, alla mano di Dante (Pellegrini 2018b). Nell'estate del 1312 dunque Dante era già a Verona presso Cangrande, mi sento di dire proveniente da Genova dove aveva incontrato l'Imperatore e forse anche Petrarca e ser Petracco, come già immaginò Petrocchi (Petrocchi 1978: 43). Si ricordi che alla fine di novembre Cangrande rientrò a Verona da Genova per assistere il moribondo fratello Alboino. È solo un'ipotesi, ma io penso che Dante potesse ben rientrare a Verona al suo seguito.

Cade dunque in un colpo l'ipotesi del prolungato soggiorno pisano, se mai soggiorno vi fu, cosa di cui dubito. Cade in un colpo l'ipotesi già debolissima di una stesura della Monarchia condotta dal poeta negli attendamenti di Enrico VII: se Dante scrisse la Monarchia nel 1313—e anche su questo ho fortissimi dubbi—la scrisse probabilmente a Verona, forse sotto l'occhio vigile di Cangrande. Cadono molte altre ipotesi secondo cui Dante, ad esempio in Purgatorio 18, non avrebbe potuto scrivere ciò che scrisse del 'malnato' abate di S. Zeno Giuseppe della Scala—figlio illegittimo di Alberto e fratello di Cangrande—mentre si trovava a Verona (Ledda 2018): vengono meno cioè le basi stesse della teoria dell'instant book (per una rassegna di casi che la invalidano, Pellegrini 2016a con relativa bibliografia). Si potrebbe continuare. Il nuovo documento non solo richiederà una robusta revisione di una parte non esigua della biografia dantesca ma anche imporrà un sereno accantonamento di recenti e forse troppo disinvolte modalità di affrontare argomenti così delicati, e l'avvio di una nuova riflessione che sappia valutare con adeguata calma molte delle novità che sono emerse. [End Page 186]

Additional Information

ISSN
2470-427X
Print ISSN
2470-4261
Pages
176-186
Launched on MUSE
2019-07-02
Open Access
No
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