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Per la mia Vita di Dante accettai, a suo tempo, il sottotitolo Una biografia possibile, suggeritomi dall'editore. Si voleva così avvertire il lettore di due cose. Che il libro, nella sua relativa concisione (157 pagine), limita il proprio contenuto a ciò che è possibile ricavare dai testi documentari e letterari, senza cadere nel romanzesco o nell'ingegnosa congettura fine a sé stessa. E che, quasi sempre, le proposte interpretazioni dei testi documentari e letterari rimangono nel dominio del possibile-verisimile senza raggiungere quel grado di certezza storiografica che sarebbe garantita (magari provvisoriamente) dal pieno consenso della comunità scientifica. "Pieno consenso" che oggi si limita quasi soltanto alle date di nascita e di morte di Dante.

Ripensandoci ora, in occasione di questo gradito scambio di opinioni, avrei potuto adottare con altrettanta utilità il sottotitolo Una biografia impossibile, se avessi voluto piuttosto rilevare che il libro è una "raccolta di notizie," la quale, anche quando sia "criticamente condotta, cioè di ciascuna singola notizia adduca la fonte, ossia la testimonianza accortamente vagliata," non può mai, "per sforzi che si facciano," superare "l'esteriorità della fonte e della testimonianza, che rimangono sempre nel loro carattere di un 'si dice' o di un 'è scritto'" (Croce 1966: 8). Una biografia "in senso forte," come ogni vero "libro di storia" avrebbe una sua unità "logica" nel "problema che il giudizio storico formula e nel formularlo risolve." In una biografia di tal genere, "l'individuo è pensato e giudicato solo nell'opera che è sua e insieme non sua, che egli fa e che lo oltrepassa" (ibid.).

Guarda caso, Croce menziona proprio Dante come oggetto di deprecabili "biografie romanzate." Queste hanno per "assunto (. . .) di raffigurare l''essenza' di una data individualità: com'a dire non già la poesia e il pensiero di Dante, ma la 'danteità'; non l'azione religiosa e politica di Lutero, ma la 'luterità'; non Napoleone nella storia del mondo, ma il mondo immiserito e corrotto in lui, la 'napoleonità' (. . .)" (Croce 1966: 14–18). Se dunque fare "storia" di Dante significa "fare storia di quell'opera che è sua e insieme non sua" (ibid.), non all'opera sua pratica [End Page 161] si volgerà il nostro interesse, ma alla sua poesia e al suo pensiero, insomma a ciò che egli ha pensato e scritto.

Per quanto ne sappiamo, e pochissimo ne sappiamo, l'opera pratica dell'individuo Dante Alighieri si disperde, affiorandone distintamente solo per brevi istanti, nella corrente tumultuosa della vita fiorentina (fra 1295 e 1304: la lotta fra consorterie da cui sorse la possente macchina politico-economica di quella repubblica, destinata a occupare il centro della storia italiana fino al 1527); e poi ai margini della singolare avventura di Enrico VII nel nostro Centro-Nord, disperato tentativo di restaurare un'autorità sovrana ormai priva di basi militari e, soprattutto, spirituali. Per la precisione, in questo secondo tratto l'opera dantesca si risolve tutta nella composizione di alcune epistole e, forse, della Monarchia: testi dalla cui lettura si ritraggono solo tenui riflessi di contingenze politiche. Faccio un esempio: l'epistola del 17 aprile 1311 è scritta da Dante in nome di un gruppo ("omnes Tusci qui pacem desiderant"); presa nota del dettaglio, certo significativo, sarà inutile procedere oltre con le illazioni fino a che non si troverà un documento in cui il nome di Dante risulti associato a qualche collettività filo-arrighiana allora operante (manca del resto, al riguardo, ogni riscontro autobiografico).

Come che sia di ciò, mai si dischiude, se non mi inganno, un autentico problema di giudizio storico che abbia al proprio centro la personalità politica del Nostro. Per capirci, se una Vita di Dante non potrà mai essere più che "una raccolta di notizie criticamente condotta," vero libro di storia sarebbe una moderna Vita di Cangrande della Scala che venisse a sostituire il vecchio Spangenberg.

Invece, ripeto: storia di Dante significa storia del suo pensiero e della sua poesia. Ossia risoluzione di effettivi problemi che, dalla lettura delle opere, sorgano dinanzi al nostro bisogno di conoscenza: questioni filosofiche che si dibattono nelle opere di Dante, e non di rado, d'opera in opera, si richiamano e si ripresentano (Falzone 2010); questioni che, nel loro svolgimento di pensiero, attraversino testi danteschi (Gentili 2005); ricognizione di paradigmi culturali che nell'opera del Poeta siano attualizzati e vitali (Brilli 2012; Steinberg 2013). E, si capisce, storia delle opere, interpretate nei loro vari temi, ma anche nella loro unità singolare (filologicamente ricostruita) e nel "sistema" che esse costituiscono. Quest'ultimo aspetto ha, in Dante, un'oggettività più densa che in altri scrittori, perché nei casi principali l'indicazione del nesso è autoriale: il [End Page 162] Convivio rimanda a Vita nova e De vulgari, quest'ultimo alle canzoni, la Commedia a Vita nova e canzoni (implicitamente, al Convivio), la Monarchia al Paradiso, le Egloghe alla Commedia . . .

È inutile aggiungere che le varie connessioni del sistema tutte oppongono difficoltà più o meno aspre alla critica filologica e all'interpretazione che ne può conseguire. Non pochi capitoli della mia Vita di Dante sono appunto schede relative alle giunture del sistema letterario dantesco e alla datazione dei suoi elementi. Un chiaro esempio dei limiti che la materia impone all'ingegnosità degli studiosi è dato dalla celebre incongruenza fra il senso letterale (e unico, a mio parere) della Vita nova e l'interpretazione allegorica che della "donna pietosa" fornisce il Convivio. Tutti gli argomenti sono stati dispiegati e tutte le ipotesi sono state formulate, in una lunghissima discussione che ha avuto come solo risultato il progressivo raffinamento degli argomenti e l'accumulo di ipotesi, non però l'avvicinamento a una soluzione finalmente persuasiva. Sì che, in questo come, almeno, in un altro paio di casi, ciascuno se ne sta alle proprie opinioni, o meglio impressioni. Dove si può semmai constatare come in questo ambito di studi sia ormai venuto meno un "sentire comune," un condiviso senso del verisimile—fattore tanto poco declinabile in "regole" esplicite quanto necessario a un dialogo efficace.

A proposito di Dante, ogni curiosità, per quanto storicamente irrilevante, è legittima quando sia possibile tentare di soddisfarla a partire da un minimo di dati oggettivi, quali, ad es., quelli raccolti nel 1921 in una prospezione delle ossa sepolte a Ravenna. Al di là di questo limite, si scade nella mera chiacchiera, peggio che irrilevante: di "narcolessia" dantesca si lesse sui quotidiani qualche tempo fa!

Su di un altro piano (va da sé) si colloca la diagnosi di "attacco apoplettico o epilettico" formulata da Marco Santagata in base ai "sintomi" riferiti ai vv. 63–64 della canzone giovanile E' m'incresce di me sì duramente e ai vv. 43–60 della "montanina" (Alighieri 2011: L). Si tratta tuttavia di diagnosi ovviamente non falsificabile, e comunque non mai inquadrabile nell'antica implicazione epilessia-possessione-profezia, dato il carattere finzionale e razionalmente teologico del cosiddetto profetismo dantesco (il viaggio oltremondano non è un sogno né una "mirabile visione," ma un viaggio "reale" esperito, almeno per inferno e purgatorio, con il corpo e sensibilmente; né la retorica profetica della Commedia va confusa con la pretesa a una effettiva cognizione divinatoria di eventi [End Page 163] futuri—cognizione che, nel poema, non si presenta mai). La conseguente alternativa proposta da Claudio Giunta nel suo commento a E' m'incresce (o "la metafora della malattia—e di quella particolare malattia che si presenta coi sintomi dell'epilessia e dell'apoplessia—è una delle idées obsédantes più radicate in Dante, oppure (. . .) Dante seppe trasformare in materia di poesia una propria reale infermità ravvisandovi il nobile effetto dell'amore," Giunta in Alighieri 2011: 237) è extra-scientifica, dal momento che l'unico oggetto da noi conoscibile e conosciuto è il testo dantesco, in cui appunto trova campo di applicazione la nozione di "metafora," non già quella di "reale infermità."

Storicamente rilevanti, o molto rilevanti, sono invece gli elementi documentari raccolti nel benemerito Codice Diplomatico Dantesco, magnificamente rimodernato (De Robertis, Milani, Regnicoli, and Zamponi 2016), in quanto concorrono a chiarire la "lettera," nel senso più largo e culturalmente pregnante del termine, in cui si rendono attingibili il pensiero e la poesia di Dante (fosse pure in misura infinitesimale, e questo non è certamente il caso degli atti relativi alla attività politica del Poeta). Vorrei sottolineare, ad esempio, il recupero come documento n° 1 dell'atto datato 28 aprile 1131 in cui compare Cacciaguida vivente, a consolidamento del nucleo storico del personaggio, e se ne rende nota la paternità: "filius Adami" (un grado oltre le conoscenze dello stesso Dante: "Basti d'i mie' maggiori udirne questo: / chi ei si fosser (. . .) più è tacer che ragionare onesto" Par. 16.43–45). Risultati notevoli dà anche l'estensione dell'analisi all'interezza del documento. Già si sapeva che il 13 maggio 1304 Francesco Alighieri contrasse in Arezzo un debito di 12 fiorini aurei, e si pensava che la somma fosse destinata ad aiutare l'esule Dante. Ma ora apprendiamo che il medesimo registro contiene altre analoghe stipulazioni in nome e per conto di fuorusciti "bianchi" e ghibellini soggiornanti nella città. Il che viene anche a significare che a quella data Dante, forse, non si trovava ad Arezzo ma certamente non aveva tagliato i ponti con l'Universitas Alborum.

In questa prospettiva, l'elemento testuale-documentario può valere a schiarire e confortare quello testuale-letterario, come nel caso eccezionale degli atti lunigianensi del 1306, collimanti al millimetro con Purg. 8.133–134. Ma è pur sempre il testo letterario, grazie al significato proprio, autoconsistente, di cui è portatore, a illuminare l'elemento documentario. Il ricordo di non so che "Gentucca," in Purg. 24.37–45, è per [End Page 164] sé stesso una breve e delicata poesia di femminilità adolescente, da cui apprendiamo anche che Lucca fu tra i ripari dell'esule immerito; e un atto lucchese dell'ottobre 1308 ci permette di annotare che forse Dante conobbe Gentucca in quell'anno. E dico forse benché un passaggio di Dante per quei luoghi nel 1308 sia abbastanza probabile, anche nel quadro dell'attività diplomatica dei Malaspina. Ma il ricordo di Gentucca è anche occasione per una correzione (". . . ti farà piacere / la mia città, come ch'om la riprenda") dell'anatema gettato su Lucca nel ventunesimo dell'Inferno, verosimilmente in conseguenza del decreto 31 marzo 1309 che espelleva dalla città i fuorusciti fiorentini. La retractatio sembra dunque presupporre un soggiorno più tranquillo, che Dante può aver goduto fra l'estate del 1314 e la primavera del 1316: il Purgatorio è aperto a integrazioni, almeno fino a tutta l'estate del 1315, se Purg. 23.109–111 si riferisce alla battaglia di Montecatini, in cui Lucca, sotto la signoria di Uguccione, si trova appunto sul fronte antifiorentino.

Viceversa, la prevaricazione del dato extraletterario su quello testuale-letterario è criticabile in linea di principio, e diventa affatto inaccettabile quando l'elemento extraletterario prevaricante si riveli essere del tutto ipotetico. Mi permetto di ritornare anche in questa sede sull'idea, che ha pure sedotto validissimi studiosi, che la "molla reale" da cui Dante fu spinto a scrivere la Commedia fu la volontà di riconciliarsi con il governo fiorentino di parte "nera." Anzitutto, l'unico riscontro extraletterario su cui l'ipotesi può fondarsi non è un documento ma una illazione: (a) nel 1306 Dante era ospite dei Malaspina; (b) Moroello Malaspina di Giovagallo era alleato del comune di Firenze; (c) ergo nel 1306 Dante voleva ingraziarsi il governo fiorentino. Ma anche ammesso che risalga a questo tempo la perduta epistola Popule mee, in cui Dante impetrava il ribandimento in Firenze, nulla ne consegue circa la genesi della Commedia. Tutto l'Inferno contraddice qualsiasi imputazione di "guelfismo" ideologico, dalla parificazione iniziale fra Enea e san Paolo alla conclusiva fra i cesaricidi e Giuda. I tre fiorentini lodati nel canto sedicesimo sono guelfi, sì, ma della vecchia generazione, non di quella che si divise fra "neri" e "bianchi," stigmatizzati tutti come "bestie fiesolane" dal poeta del XV dell'Inferno. Più in generale, non credo che un'impressione o suggestione storiografica di tale qualità regga di contro alla solenne dichiarazione che il "poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra," (Par. 1.1–2) alla cui [End Page 165] composizione hanno cooperato il raggio dell'autorità divina e il lume della ragione umana, è stato scritto "in pro' del mondo che mal vive." (Purg. 32.103). Dante non ha scritto la Commedia per ingraziarsi Corso Donati (figuriamoci!), ma perché vedeva periclitare il suo mondo e perché "gli eterni Gemelli" ne avevano fatto uno dei più grandi poeti che l'umanità abbia avuto in dono. [End Page 166]

Additional Information

ISSN
2470-427X
Print ISSN
2470-4261
Pages
161-166
Launched on MUSE
2019-07-02
Open Access
No
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