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  • Storia materiale di un classico dantesco:La Consolatio Philosophiae fra XII e XIV secolo tradizione manoscritta e rielaborazioni esegetiche
  • Paola Nasti

1. La questione boeziana

Anni fa, in un lungo articolo sul Convivio, notavo come la rielaborazione dantesca della tradizione del De Consolatione Philosophiae (da ora Consolatio o DcPhil) di Boezio avesse subito l’influsso tanto dei commenti medievali che accompagnavano il prosimetrum boeziano quanto del presunto ‘tirocinio’ svolto da Dante presso le scuole dei mendicanti a Firenze.1 A questo riguardo, sottolineavo la necessità di continuare a far luce su almeno due delle tante questioni irrisolte che complicano lo studio della ricezione dantesca di Boezio. La prima questione concerne la circolazione della Consolatio nell’Italia degli ultimi decenni del XIII secolo:2 a ben vedere sappiamo ancora molto poco sull’uso che se ne faceva nelle ‘classi’ di filosofia e teologia degli studia e nelle scuole tardoduecentesche, e sappiamo ancor meno degli ambienti laici in cui il testo era trattato con competenza o interesse filosofico;3 inoltre non solo ignoriamo in quante e quali biblioteche private comparisse il testo ma continuiamo anche a tralasciare l’importante riflessione sulla natura della tradizione codicologica della Consolatio e delle sue glosse nel XIII secolo.4 [End Page 142]

La seconda questione che ponevo all’attenzione degli studiosi di Dante è intimamente legata alla precedente, essendone quasi un suo naturale svolgimento. Com’è noto il Convivio, ispirato dall’opera di Boezio e scritto per propiziarne la tradizione, fu progettato e poi stilato proprio negli anni in cui videro luce i primi e più importanti commenti del XIV secolo al prosimetro latino. Agli inizi del 1300, infatti, quando Dante si dedicava alla sua personale riscrittura del topos boeziano, il domenicano inglese Nicholas Trevet compilava, su sollecitazione di domenicani toscani, il più influente commento trecentesco alla Consolatio riproponendo, con nuova sensibilità, l’antico classico già commentato da Guglielmo di Conches nel XII secolo.5 La vasta glossa di Trevet riportava la Consolatio al centro del dibattito sulla sapienza degli antichi in ambienti mendicanti e teologici, reclamandone la qualità epistemica e l’efficacia didattica. In quegli anni comparvero anche il volgarizzamento di Jean de Meung ed il commento di Guglielmo d’Aragona,6 opere chiaramente inserite nel circuito laico delle scuole e delle facoltà delle Arti ma di limitato valore filosofico. La vicinanza cronologica (e come si vedrà in parte anche geografica) fra questi momenti della fortuna della Consolatio non può non suscitare curiosità non solo e non tanto sulle eventuali affinità, quanto sul senso da attribuire a questo sincronico interesse per la reinterpretazione dell’allegoria boeziana di Philosophia alle soglie di quella che sarà l’età d’oro della ricezione del prosimetro (secoli XIV e XV). Se è dunque indubbio che, al pari di personaggi come Trevet, Dante vada annoverato fra i pioneri del rimodernato ‘fenomeno boeziano’, non mi pare ci si sia interrogati abbastanza sulle eventuali consonanze culturali e contestuali che indussero intellettuali tanto diversi a rendersi protagonisti consapevoli del rinnovamento degli studi boeziani nell’Europa tardo-duecentesca.7 Per quel che riguarda Dante, stando a quanto ci dice il poeta stesso, la lettura approfondita della Consolatio avvenne ‘alquanto tempo’ dopo la morte di Beatrice, nei primi anni 90 del 1200, più o meno in coincidenza con quel processo di apprezzamento della filosofia che viene definito di ‘forse trenta mesi’ e che si identifica con un periodo di studio dei ‘volumi d’autori’ e di partecipazione alle scuole ‘dei religiosi’.8 Volendo dar fede alla narrazione del Convivio, è debito supporre che Dante avesse letto la Consolatio prima di intraprendere il suo tirocinio scolastico ma che la frequentazione degli ambienti mendicanti fiorentini ebbe un influsso primario sul suo studio del prosimentro boeziano. Dall’analisi dell’opera dantesca deduciamo [End Page 143] poi che il poeta conobbe, almeno in parte o a stralci, l’importante glossa del vescovo di Chartres.9 È possibile postulare che proprio l’intersezione con le scuole dei mendicanti avesse avvicinato Dante al commentum del grande maestro normanno, o per lo meno a un complesso di glosse tratte tanto dalla sua opera, quanto dalla vasta galassia del commento che si usa definire remigiano?10 Non solo. Quali altre condizioni di lettura, preliminari o parallele (ma non...

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Additional Information

ISSN
2470-427X
Print ISSN
2470-4261
Pages
pp. 142-168
Launched on MUSE
2016-12-28
Open Access
No
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