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Beltrami, Pietro G., Paolo Squillacioti, Plinio Torri, and Sergio Vatteroni, eds. 2007. Brunetto Latini, Tresor. Torino: Einaudi. ISBN 8806185683. Pp. lxiv + 894. €85.

Annoverato comunemente tra le enciclopedie medievali, il Tresor di Brunetto Latini ha uno status del tutto particolare, distante—per dimensioni e obiettivi—sia dai grandi repertorî realizzati in ambienti chiericali (lo Speculum Maius di Vincent de Beauvais su tutti) sia dai manuali pratici diffusi lungo tutto il Medioevo. In realtà la stessa definizione di enciclopedia, così poco medievale, va al tempo stesso larga e stretta ad un'opera, che non ha per obiettivo quello di rappresentare una summa di tutto lo scibile del proprio tempo. Nel-l'impianto ideologico che informa l'opera di Brunetto, la filosofia è "veraiz encerchement des choses naturels et des divines et des humanes, tant come a home est possible de entendre" e si apre su tre ambiti: la teorica, la pratica e la logica. Dei tre libri che formano il Tresor, il primo è dedicato alla filosofia teorica, la quale si divide in teologia, fisica e matematica, ma quest'ultima non viene presa in considerazione; si tratta del libro più famoso e saccheggiato, che contiene, tra le altre cose, anche un bestiario. Ma se si guarda alla struttura complessiva dell'opera appare evidente come l'argomento centrale sia la filosofia pratica (unita con la logica, secondo un procedimento caratteristico di Brunetto, [cfr. Beltrami et al. 2007, xiv]), la Pratique, "qui nos enseigne que l'en doit fere et que non". A differenza della teorica, dunque, la filosofia pratica è oggetto di trattazione sistematica nei suoi tre aspetti fondanti. L'etica e l'economia sono trattati nel secondo libro, mentre la politica nel terzo. Il secondo libro è occupato principalmente dalla traduzione di un'opera aristotelica, l'Etica Nicomachea, che Brunetto opera a partire dal compendio medievale conosciuto come Translatio Alexandrina. Il terzo libro, invece, presenta un volgarizzamento, [End Page 96] che però è piuttosto una riscrittura, del De inventione ciceroniano. A integrazione dei testi principali, Brunetto utilizza una serie di trattati, tra i quali il più frequentato è la Summa virtutum et vitiorum di Guglielmo Peraldo. Il Tresor è una compilazione realizzata a partire da opere diverse, e la questione delle fonti—peraltro già impostata nelle linee fondamentali da Francis J. Carmody (1948)—è un problema di notevole interesse, che va considerato con estrema cautela per non cadere nell'errore di sottovalutarne la portata. Chiunque si sia trovato a confrontare il testo brunettiano con una delle sue fonti, avrà sperimentato la presenza di Brunetto lettore e autore dietro ad ogni citazione. Se il Tresor è anche una compilazione, dunque, di certo Brunetto non è un semplice compilatore. Nella parte dedicata agli uccelli rapaci all'interno del bestiario del primo libro,1 viene utilizzato come fonte, con ogni probabilità, il trattato di falconeria Dels auzels cassadors di Daude de Pradas. Brunetto non si limita a riprendere il testo provenzale, traducendolo praticamente parola per parola, ma, con attenzione filologica, attinge a un capitolo che Daude dedica a descrivere i nomi tecnici delle parti del corpo dei rapaci, e opportunamente ne utilizza dei luoghi quando è necessario specificare alcuni termini che altrimenti rimarrebbero incomprensibili per i suoi lettori.2 La preoccupazione didattica, [End Page 97] la ricerca di chiarezza e leggibilità, è certo una delle ragioni del grande successo dell'opera, testimoniato dalle numerose traduzioni (italiana, catalana, castigliana) e ancor più dalla quantità di codici che ne tramandano il testo. Proprio a causa del gran numero di manoscritti che, in parte o per intero, testimoniano il Tresor, la vicenda testuale di quest'opera è ancora lontana dall'essere chiarita. Certamente con la nuova edizione e con gli studi che l'hanno preceduta e preparata si sono aggiunti argomenti nuovi che hanno modificato sensibilmente il quadro finora conosciuto. L'individuazione di un archetipo per tutta la tradizione, con tutte le cautele dovute allo stato attuale delle ricerche, risulta essere un notevole passo in avanti rispetto alle conoscenze del passato. Infatti, Carmody, stabilendo lo stemma per la sua edizione, aveva ritenuto di poter individuare, nelle due grandi famiglie di manoscritti che divaricano la tradizione del Tresor, due diverse redazioni: la prima, scritta da Brunetto in Francia e da lui stesso portata in Italia al momento del suo rientro dall'esilio (tra il 1266 e il 1267); la seconda, rimaneggiata dall'autore stesso con l'aggiunta—secondo Carmody tramite qualche foglietto di note manoscritte—di alcuni capitoli storici che arrivavano a comprendere la battaglia di Tagliacozzo del 1268, indicazione cronologica post quem per la datazione di questa nuova versione. Pietro G. Beltrami (1988), in una ricognizione della tradizione manoscritta del Tresor, ha avanzato forti dubbi sul carattere "autoriale" del rimaneggiamento che ha portato alla cosiddetta "seconda redazione", le cui modifiche (peraltro, in misura e forma diverse rispetto a quanto Carmody aveva indicato) fanno pensare a un'operazione politica, realizzata in ambiente angioino con intenti decisamente antisvevi. L'analisi della tradizione, inoltre, porta Beltrami a ritenere che la "seconda redazione" possa essere sì considerata, in base agli errori congiuntivi, una famiglia a sé stante, ma che "un qualsiasi codice della 'seconda redazione' (che non risulti dall'aggiunta per collazione dei capitoli storici) si deve ritenere più 'basso' nella tradizione di un qualsiasi codice della 'prima redazione', separato dall'archetipo da almeno un passaggio in più" (Beltrami 1988, 989). In mancanza di una ricostruzione definitiva della tradizione, l'edizione italiana si propone come un'"edizione di lavoro" basata non su un manoscritto unico, ma, se così si può dire, su una sorta di "costellazione" di bons manuscrits: V2 (manoscritto DVIII della Biblioteca capitolare di Verona), messo a testo, Y (Paris, BnF, fr. 2024) e C2 (London, BL, Add. 30024), che emendano V2 in quest'ordine. Un'altra famiglia di manoscritti [End Page 98] viene utilizzata in appoggio: F (Paris, BnF, fr. 12581, utilizzato da Polycarpe Chabaille nella sua edizione brunettiana, la prima mai realizzata, del 1863), A3 (Lyon, BM, 781) e B2 (Rouen, BM, O 23). Se si considera che il testo stabilito da Carmody, finora l'unica edizione moderna accettabile, si basa su un manoscritto della seconda redazione (Paris, BnF, fr. 1110 [=T]), mentre quella italiana si basa, appunto, su manoscritti appartenenti alla "prima redazione", utilizzando della "seconda" un solo manoscritto (Paris, BnF, fr. 726 [=R]), si può misurare la grande novità apportata dagli studiosi italiani. La preferenza per un manoscritto rispetto ad un altro, del resto, apre interessanti scenari anche dal punto di vista linguistico, benché appaia chiaro che un'analisi della lingua del Tresor non può prescindere da una più approfondita sistemazione dei testimoni.3 Dal punto di vista editoriale si assiste, dunque, ad un consistente cambiamento rispetto al passato. Una scelta ardita ed esposta alle critiche, ma che di fatto supera l'obiezione rappresentata da una tradizione non ancora esplorata a fondo, mantenendo l'avvertenza che si tratta di un work in progress, e raggiungendo lo scopo fondamentale (se ne sentiva il bisogno a sessant'anni dall'ultima edizione) di fornire un testo serio e leggibile. Del resto il tratto saliente di questa edizione è sicuramente la volontà di rendere fruibile il Tresor, e questo avviene scegliendo di tradurre integralmente l'opera di Brunetto,4 traduzione che è sicuramente "la forma di commento più radicale", ma anche il modo più efficace per mettere al centro dell'attenzione il testo. La centralità del testo è resa ancora più evidente dall'agile introduzione, da una Nota al testo e alla traduzione volutamente succinta, ma che allo stesso modo fornisce le coordinate essenziali dello status quaestionis, e dalla scelta di ridurre al minimo le note al testo e di commento. L'Indice dei nomi e la Bibliografia completano uno strumento di lavoro utilissimo, una field guide per studiosi di diverse discipline (forse non sarebbe stato del tutto fuori luogo inserire un piccolo glossario). Non solo, l'edizione allestita da Pietro G. Beltrami e dagli altri curatori offre alla più ampia comunità dei lettori la possibilità di conoscere un'opera difficile ma affascinante, scritta da un uomo medievale per i propri contemporanei e dunque capace di svelare un po' di quella civiltà medievale che ancor oggi sembra apparire così "esotica". [End Page 99]

Francesco Capaccioni
Perugia

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Footnotes

1. Si tratta di cinque capitoli che formano una piccola unità a sé stante, tanto che per loro Brunetto interrompe l'ordine alfabetico delle specie elencate (la parte dedicata agli uccelli comincia con aigle, passa a elencare i rapaci usati per la caccia—ostours, esparviers, faucons e esmerillions—e poi riprende con il capitolo dedicato all' alcion).

2. Come tutti i testi di carattere tecnico, anche i "capitoli cinegetici" del Tresor, subiscono nel corso della trasmissione una serie di interventi che ne modificano il dettato rendendolo spesso assai poco perspicuo, questo a causa, probabilmente, della scarsa dimestichezza di molti copisti con l'argomento trattato. In altri frangenti, invece, la tradizione manoscritta ci fornisce la lezione esatta senza dover andare a cercare soluzioni diverse. È il caso, a mio avviso, di I.146.6, dove V2 (e tutti quelli presi in considerazione, stando all'apparato) dà sorz cioè 'falchi giovani, falchi in cui non è ancora avvenuta la prima muta': "en tel maniere que maintes foiz quant il sont sorz [l'edizione italiana corregge con fors, preso addirittura da T], en prenent aucun mal vice, ja soit ce que il le perdent a la mue". Una lettura conservatrice del manoscritto base è autorizzata dalla fonte di questo passaggio, che sono i vv. 78-83 del Dels auzels cassadors: "car de si mezeis pren freidor, / que·ill dona tant de cobezeza, / cant es saurs, que recueill maleza; / mas perdre la pot en la muda, / car la pena e·l cors li muda / en be […]" (Schutz 1945, 68). Rispetto all'originale, Brunetto interviene come suo costume per semplificare un dettato troppo prolisso per le sue esigenze, ma mi pare che si possa intendere, come nell'originale provenzale, che se il rapace femmina durante la giovane età, quando cioè è soro, può prendere qualche difetto, facilmente lo perderà con la prima muta. Allo stesso modo non è necessario ipotizzare "faucons montanis" (I.149.3)—scelta peraltro non supportata, mi pare, dalla tradizione—, quando V2 ha montaris, una lectio difficilior (almeno per noi moderni) derivata direttamente dall'originale provenzale (v. 371). I faucons montaris non sono i gheppi, rapaci di piccole dimensioni inutilizzati e inutilizzabili per la falconeria, ma molto probabilmente una sottospecie del falco pellegrino, Falco peregrinus Tunstall (cfr. Cable 1969).

3. Si attende a questo proposito l'uscita degli Atti del convegno A scuola con ser Brunetto. Indagini sulla ricezione di Brunetto Latini dal Medioevo al Rinascimento, svoltosi a Basilea nel giugno del 2006.

4. Insieme a quella di Baldwi n and Barrette 1993 (basata sul manoscritto Escorial L.II.3 [=M3]), si tratta della prima traduzione integrale in una lingua moderna.

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