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  • Tra le file dei vili: il viaggio mancato di Gozzano
  • Andrea Ciccarelli

E’ assodato che la poesia italiana del Novecento nasce soprattutto come reazione all’estetica dannunziana, all’estensione famelica, a tutto campo, di chi aveva abbracciato l’intero arco della tradizione lirica italiana dalla sponda elegiaca a quella sperimentale. E’ altresì un dato di fatto che proprio quest’azione a trecentosessanta gradi abbia creato una situazione paradossale, per cui, perfino l’antidannunzianesimo, non poteva che scaturire da modelli essi stessi dannunziani. Dietro molta poesia crepuscolare, lo sappiamo, oltre all’indubbia presenza delle pascoliane Myricae, agisce in profondo anche l’esempio del D’Annunzio “paradisiaco”, mentre al fondo di certi temi lirici della poesia ermetica od orfica, si possono certo individuare tracce del D’Annunzio “notturno”. E non sarebbe difficile indicare la strofe lunga o, al contrario, il verso breve dannunziano, come esempi per la poesia più sperimentale, a partire dal verso libero pre-futurista. 1 Ma la lezione dannunziana, al di là del suo ruolo di filtro nei confronti dell’esperienza simbolista, svolge anche un ruolo [End Page 106] specifico, irripetibile nella generazione poetica a lui successiva, per la sua volontà o capacità di riunire in un’unica dimensione estetica tanto la corrente sperimentale quanto quella formalistica della tradizione italiana. Il che, sul piano delle tematiche liriche, equivale a dirimere o ad annullare il contrasto secolare fra una poetica di viaggio, narrativa ed esplorativa, ed una di introspezione, lirica e chiusa nella memoria. Un contrasto che scende fino alla biforcazione Dante-Petrarca, come si sa, ma che era stato riaperto in tutta la sua opposizione estetica, durante la polemica classico-romantica. Chi, infatti, crede nella possibilità costruttiva della letteratura, non può che scegliere il nuovo, non può che accettare un percorso sperimentale che segua la realtà nelle sue pieghe più riposte, con la speranza di giungere ad un risultato diverso o migliore di quello di partenza. Rifiutare il classicismo, al di là di tutte le implicazioni culturali e politiche dell’epoca, significa accettare la sfida del futuro con l’aspettativa di approdare a qualcosa di diverso, sia esso verificabile magari soltanto sul piano personale della fede, come nel caso di Manzoni (si pensi a Renzo, quasi alla fine delle sue (dis)avventure, quando giunge nel lazzaretto, luogo infernale e purgatoriale, di perdizione o di riscatto, dove si possono incontrare i monatti-diavoli o i cappuccini-angeli ma, in ogni caso, luogo da attraversare per poter arrivare dall’altra parte). 2 Chi accetta la tradizione, invece, accetta qualcosa di già sperimentato e assodato, accetta un mondo che non si pensa modificabile se non nella sua ripetitività e ciclicità (si ricordi la prima lettera dell’Ortis, in cui il protagonista dichiara con rassegnazione di attendere la prigione e la morte: da qui in poi, qualsiasi movimento non è metafora di speranza, bensì è segnato nella sua futilità circolare). Da questa convinzione maturano le posizioni ironiche e pre-umoristiche, per molti versi, di Foscolo e, soprattutto, di Leopardi. 3 [End Page 107]

A prescindere dalle diverse attese antropologiche e politiche fra la generazione romantica e quella postunitaria, quel che importa ai fini del discorso letterario è che questo divario arrivi intatto fino al nuovo secolo. La novità, rispetto alla bipartizione ottocentesca, è data dalla possibilità modernistica di tentare (e quindi di sfatare) entrambe le posizioni, accarezzando umoristicamente il sogno di una trasformazione impossibile pur cooperando a demistificare sempre di più la crisi antropocentrica aperta ai primi dell’Ottocento: in un universo in cui il doppio non può liberarsi della matrice assegnatagli dalla vita, il viaggio equivale alla stasi e viceversa. Si pensi a Mattia Pascal che, grazie alle combinazioni casuali della vita, diviene Adriano Meis, cioè un Enea frustrato, visto che, nonostante il desiderio di radicamento, non può riaccasarsi ed è infatti costretto a trasformarsi in un Ulisse non meno frustrato, perché forzato ad un ritorno non voluto, anche se poi accettato con umoristica pazienza. Ciò che la materia narrativa consente a livello d’intreccio, il tessuto lirico permette di ricreare attraverso giochi stilistici che, nella loro scoperta ripresa della tradizione più vetusta o più frusta, secondo le esigenze, denota la volontà ironica di chi sostiene coscientemente un mondo non ripetibile e non emulabile, se non nella...

Additional Information

ISSN
1080-6598
Print ISSN
0026-7910
Pages
pp. 106-125
Launched on MUSE
1999-01-01
Open Access
No
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