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Reviewed by:
  • Il Brancaleone
  • Paolo Cherchi
Latrobio (Giovan Pietro Giussani), Il Brancaleone, a cura di Renzo Bragantini, Salerno Editrice, “I novellieri italiani,” n. 40. Roma 1998, pp. ix-ci, 317.

Renzo Bragantini ci ha restituito un autore e un’opera di cui sapevamo ben poco; e l’ha fatto da par suo, dando all’autore un engaging profilo intellettuale, all’opera una veste filologica rigorosa e un insieme di delucidazioni esteticoculturali che ne giustificano l’esumazione. Il Brancaleone è oggi opera poco frequentata, anzi quasi del tutto ignorata ormai da vari secoli. Si potrebbe indicare il motivo di questo silenzio nel venir meno di quell’entusiamo per il genere degli apologi che raggiunse l’apogeo nel Sei e nel Settecento, quando lettori come Boileau o Bodmer consideravano l’apologo come la più alta forma di mimesi letteraria; ma forse la ragione più vera è che nessuno prima di Bragantini ha mostrato che dietro la superficie apologistica del Brancaleone viveva un sottotesto carico di umori politici e ideologici. Probabilmente anche l’anonimato o la crittonimia nocque alla fortuna dell’opera dopo il successo secentesco—Il Brancaleone ebbe cinque edizioni, a partire dalla prima del 1610 all’ultima del 1682—evidentemente favorito dall’adesione a un contesto culturale che tramontò con il secolo. Ma è difficile valutare la natura di quel successo: il fatto che sopravvivano pochi esemplari dell’opera potrebbe essere interpretato in due modi opposti: può succedere, infatti, che le opere di grande successo popolare scompaiano (ad esempio, i libri di cavalleria) per quella “legge del dito” che consuma i libri a forza di sfogliarli; o è possibile che noi riteniamo popolare un’opera che in realtà non lo fu e le cui tirature siano state limitatissime e i collezionisti rari. Ma conviene attenersi alle conclusioni di Bragantini, ricavate non solo da indizi bibliografici ma anche dai giudizi critici, i quali furono veramente rari, benché rilevantissimi quando si tratta di un Huet, lettore tutt’altro che “popolare,” il cui giudizio, semmai, depone a favore del valore “culto” dell’opera.

Il primo problema che Bragantini affronta è quello della paternità. Il Brancaleone—bisogna ricordare—uscì presso l’editore Giovan Battista Alzato (Alciato) a Milano nel 1610 sotto il nome di Latrobio, un evidente pseudonimo crittonomico, interpretato da Bragantini come “vivi nascosto”. Come si può immaginare, l’identificazione dell’autore è molto più che una curiosità data [End Page 200] la natura “ideologica” dell’opera, e sull’argomento esistono due proposte che impegnano Bragantini a operare su due fronti. Il Quadrio per primo attribuì l’opera ad Anton Giorgio Besozzi, e l’attribuzione permane ancora oggi nei cataloghi delle biblioteche. Su questo fronte Bragantini usa il suo ingenium destruens. Il rinvenimento di un inventario della biblioteca del Besozzi, serve a documentare che questi non sia il Latrobio. La prova è fatta per esclusione: esaminando con notevole puntualità ed erudizione la biblioteca del Besozzi, Bragantini dimostra quale incolmabile distanza esista fra gli interessi di chi organizzò una biblioteca del genere e chi scrisse un’opera come il Brancaleone. Sull’altro fronte vediamo che Bragantini, basandosi su alcuni dati interni, stabilisce un termine post quem, e alla luce di questo considera l’altra proposta—avanzata Piccinelli, quindi ripresa da Bartolomeo Corte e infine da Filippo Argelati—secondo la quale Latrobio sarebbe Giovan Pietro Giussani, autore noto per la sua fortunatissima Vita di S. Carlo Borromeo, pubblicata nel 1610, cioè nello stesso anno in cui apparve il Brancaleone. Bragantini parte da questa scarna indicazione e vi organizza attorno una serie di dati altamente cogenti. Si tratta di indizi; ma la perentorità che acquistano nella stringente argomentazioine di Bragantini è tale da lasciarci convinti e ammirati. Rimane il problema del perché Giussani abbia celato il proprio nome. Il che avrebbe a che vedere con la natura dell’opera. È a prima vista difficile, osserva Bragantini, conciliare la produzione agiografica e devota di Giussani con un’opera come Il Brancaleone, costruita a mosaico e condita di umori popolareschi. Ma ecco che un raffronto di alcuni passi con la Lettera ad una persona nobile dello stesso Giussani e di una sua lettera rinvenuta in archivio fanno vedere rispettivamente sia l’interesse dell’autore per il tema della nobiltà, sia la vena comica, componenti entrambe robuste del Brancaleone...

Additional Information

ISSN
1080-6598
Print ISSN
0026-7910
Pages
pp. 200-203
Launched on MUSE
1999-01-01
Open Access
No
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