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  • Letteratura e mito in Kaos
  • Andrea Baldi

A illuminare la complessa varietà dei materiali convocati dai Taviani in Kaos, in un vero tour de force intertestuale, converrà prendere avvio da una citazione pirandelliana:

“. . . Io dunque son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco, denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti. Colà la mia famiglia si era rifugiata dal terribile colera del 1867, che infierì fortemente nella Sicilia. Quella campagna, però, porta scritto l’appellativo di Lina, messo da mio padre in ricordo della prima figlia appena nata e che è maggiore di me di un anno; ma nessuno si è adattato al nuovo nome, e quella campagna continua, per i più, a chiamarsi Càvusu, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Xàos.1

Questo passo inaugura, sull’abbrivio di tre puntini di sospensione—incidendo dunque un esordio che presidia il vuoto dell’indistinto, dell’inespressione, di ciò che precede il venire alla luce,—il Frammento d’autobiografia dettato da Pirandello, “nell’estate 1893, all’amico Pio Spezi.” 2 In apertura del film Kaos, ad introdurre il corpus degli adattamenti, il periodo iniziale del passo si staglia, come epigrafe perentoria, sulle inquadrature del tempio greco di Segesta, riprese dall’alto, inducendo una percezione in qualche modo straniata, sciolta da coordinate temporali, e, si vorrebbe dire, intesa a suggerire una chiave di lettura ‘mitica.’ Fin dalle prime immagini, catturate con moto avvolgente, elicoidale, in una perlustrazione affascinata e lievemente perturbante, si stabilisce così il timbro al contempo letterario ed antropologico dell’operazione dei registi, in una resa inventiva di cinque delle Novelle per un anno—prefàte dallo scampolo di una sesta,—con frequente ricorso, peraltro, a una serie di referti, tanto letterari quanto filmici, che congiurano nel delineare una nozione archetipica della Sicilia e nel raffigurare un’utopia liberatoria.

L’asserto pirandelliano sanziona un personale mito delle origini, 3 agganciato all’etnologia, a un retroterra di credenze in cui il nucleo eidetico dell’ [End Page 172] “intricato bosco” richiama la nozione del magma primigenio degli elementi. Una genesi che sovverte i legami biologici, recuperando una provenienza arcana, anteriore ai legami di sangue. Nel rivendicare la derivazione da un principio cosmico, l’atto di nascita istituisce dunque una scaturigine remota, persa nella notte dei tempi, e ridimensiona la progenitura umana. La forza del mito scardina non solo l’autorità del paterfamilias, ma lo stesso criterio ordinatore del logos, che sovrintende alla pratica della scrittura: l’imposizione dell’ “appellativo di Lina” riesce vana di contro al persistere della memoria popolare, alla traccia indelebile, per quanto offuscata dalla “corruzione dialettale,” di un prius ontologico. Questa protasi anticipa quindi in via indiretta la dialettica di femminile e maschile, di maternità e paternità, variamente articolata nei segmenti cinematografici, in stretta relazione con un cospicuo patrimonio folclorico. 4

Nel selezionare i racconti, i fratelli Taviani sembrano aver tenuto presente questo paradigma, che regge le unità narrative e rischiara un dissidio latente. A far da prologo, quasi in sordina, alle riduzioni, ancor prima dei titoli di testa, è una scena desunta da Il corvo di Mìzzaro, da cui, eludendo il caso specioso della disavventura di Cichè, non si estrae che la premessa, governata da una sorta di ‘mistero,’ di curiosa deviazione dalle presunte leggi di natura. La versione letteraria stila un antefatto ridotto all’essenziale, che vale soltanto a preordinare lo svolgimento dell’azione:

“Pastori sfaccendati, arrampicandosi un giorno sù per le balze di Mìzzaro, sorpresero nel nido un grosso corvo, che se ne stava pacificamente a covar le uova.

—O babbaccio, e che fai? Ma guardate un po’! Le uova cova! Servizio di tua moglie, babbaccio!” 5

L’anomalia di comportamento del volatile, colpevole—rispetto ai dettami della civiltà patriarcale—di trasgredire alle prescrizioni del proprio ruolo sessuale, 6 con un vergognoso cedimento al femminile, accende la reazione carnevalesca dei pastori (“si spassarono a tormentarlo un’intera giornata”). In questo contesto di mosse gratuite, la successiva liberazione del corvo, con “una campanellina di bronzo al collo,” risponde a un puro ghiribizzo, a uno svago immotivato (“non sapendo che farsene”). Nella trasposizione per gli schermi la...

Additional Information

ISSN
1080-6598
Print ISSN
0026-7910
Pages
pp. 172-195
Launched on MUSE
1999-01-01
Open Access
No
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