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Reviewed by:
  • L’ombra del Tasso. Epica e romanzo nel Cinquecento
  • Laura Benedetti
Sergio Zatti, L’ombra del Tasso. Epica e romanzo nel Cinquecento. Milano: Bruno Mondadori, 1996. pp. ix + 315.

L’ombra del Tasso che si stende sui sei capitoli (inediti il terzo e il quinto, gli altri revisioni di precedenti interventi) e un’appendice dell’ultimo libro di Sergio Zatti è bifronte, copre il passato e si proietta nel futuro. La Liberata viene assunta a fulcro della riflessione, crocevia cui convergono le esperienze dell’epica cinquecentesca e da cui si diramano piste che conducono fino ai Promessi Sposi. [End Page 246]

Il primo capitolo, “Tasso contro Ariosto?,” trasforma il tradizionale binomio contrastivo in un’analisi del complesso rapporto di accettazione e negazione, attrazione e ripulsa nutrito dall’autore della Liberata nei riguardi del capolavoro ariosteo. In grado di esercitare un fascino profondo (cui non è estranea la relazione “genetica” del Tassino con il romanzesco Amadigi), il Furioso si configura tuttavia come modello negativo alla luce dei precetti aristotelici e di un’ideologia tendente a sostituire alla varietà e dispersione l’unità teleologica del poema eroico, in cui il romanzesco può solo configurarsi come devianza, errore, disegno satanico. Il confronto tra la Liberata e i Cinque Canti (con riferimento soprattutto al tema della selva e a quello dei concili soprannaturali) prepara il terreno all’esame, nel secondo capitolo, del problematico addentellato del Furioso, di cui lo stesso Zatti sta preparando il commento. Senza entrare nel merito della questione della collocazione del frammento rispetto al corpus del poema, Zatti ne individua quali caratteristiche precipue l’affievolirsi del registro ironico, l’abbandono della prospettiva molteplice e una regressione romanzesca, sotto il segno di Pulci. Irrimediabilmente volti al passato per certi versi (come nel caso di Rinaldo, irrigidito nell’immagine tradizionale del vassallo ribelle), i Cinque Canti sono per altri aspetti segnati da inquietudini nuove: il nemico è diventato interno alla cristianità, il conflitto divampa proprio nelle regioni (Sassonia, Boemia) agitate dalla rivolta religiosa:

Debolezza del potere e crisi della solidarietà, dunque. Il pessimismo ariostesco dei Cinque Canti sembra attingere a oscuri referenti storico-religiosi, che chiamano in causa, dietro l’esile e lacunosa filigrana cavalleresca, la scena contemporanea, italiana e europea.

Il terzo capitolo costituisce un contributo fondamentale all’esegesi del poema di Trissino. La “ponderosa ed inamena” Italia liberata dai Goti viene esaminata quale uno dei due estremi che si presentavano al giovane Tasso: alla varietà ariostesca, teoricamente inaccettabile ma sancita dal consenso di “tutte le età . . . tutti i sessi . . . tutte le lingue,” si contrappone l’austero aristotelismo trissiniano, il cui ineccepibile poema “mentovato da pochi, letto da pochissimi, prezzato quasi da nissuno, muto nel teatro del mondo e morto alla luce degli uomini, sepolto a pena nelle librarie e nello studio d’alcun letterato se ne rimane.” La storia non ha fatto che confermare le predilezioni dei lettori cinquecenteschi, così efficacemente sintetizzate da Tasso nei Discorsi dell’arte poetica, né Zatti propone un’improbabile rivalutazione del poema trissiniano, la cui importanza storica risiede proprio nel suo radicalismo, nella mancanza di concessioni al gusto del pubblico (e a quella “licenza del fingere” di cui Tasso stesso avrebbe invocato le ragioni) che, se da una parte lo votava al fallimento, dall’altra lo pone come l’esempio coerente ed ortodosso di poema eroico moderno, vero contraltare del Furioso. Trissino “notomizzatore dell’eroico nella sua piú pura e astratta esemplarità,” dunque, e campione della convergenza di fini poetici e ideologici, per cui alla dichiarazione di fedeltà ad Aristotele si accompagnano, in chiave restauratrice [End Page 247] e neoghibellina, la dedica e gli elogi a Carlo V, erede di Giustiniano. Quanto realizzabili fossero questi ideali la storia, letteraria e non, si sarebbe presto incaricata di dimostrare.

Rispetto all’intransigenza trissiniana, con piú forza risaltano le concessioni e i compromessi della Liberata, esaminati da un nuovo punto di vista nel quarto capitolo, intitolato “Il linguaggio della dissimulazione nella Liberata.” L’invocazione alla Musa si trasforma, con potente stacco dalla tradizione, in una richiesta di perdono alla Musa stessa per l’inevitabile cedimento alla menzogna (“tu perdona / s’intesso fregi al ver, s’adorno in parte, / d’altri diletti, che de’ tuoi, le carte”). A livello diegetico, la...

Additional Information

ISSN
1080-6598
Print ISSN
0026-7910
Pages
pp. 246-249
Launched on MUSE
1998-01-01
Open Access
No
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