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  • Svevo e i suoi autori
  • Matteo Palumbo

1. In quella esemplare e preziosa autobiografia intellettuale che si chiama Diario in pubblico Vittorini, ricostruendo la propria formazione culturale, i propri miti letterari e le personali scoperte, ma anche tracciando il profilo di una intera generazione, scrive sotto il titolo assai indicativo di Maestri cercando: “Svevo, venuto all’ultimo momento, lui che parrebbe un estraneo, un relitto, ci ha giovato meglio che venti anni di pessima letteratura” 1 Questa nota ha la data dell’ottobre del 1929, quando cioè Svevo era morto da circa un anno, ed ha più di un aspetto interessante. Facendo il bilancio di una folta schiera di autori, in cui si raggruppavano i nomi più significativi tra i suoi contemporanei, il futuro scrittore di Conversazione in Sicilia liquidava, in una svendita impietosa, Carducci, Pascoli, D’Annunzio, Croce, Papini, Prezzolini, negando a ciascuno di essi la prerogativa di modello. Lo stesso Verga, come già era apparso a un altro inquieto interprete delle generazioni nate negli anni ‘80, Federigo Tozzi, 2 sembrava offrirsi sotto le forme di un insegnamento lontano, irreparabilmente distante dalle esigenze e dai problemi espressivi del nuovo tempo.

Alla ricerca di “una realtà palpabile, sicura,” di “una terra a cui saldamente attaccarsi,” Vittorini isolava l’opera di Svevo come l’esperienza più vitale e necessaria. Proprio dunque chi sembrava “un relitto,” “un estraneo,” diventava il punto di riferimento per un romanzo rinnovato, liberato dal peso della tradizione e in grado di raccontare [End Page 1] quell’universo ancora inesplorato che era la modernità. La fondazione di una letteratura capace di parlare delle storie quotidiane degli uomini, delle loro vite di ordinarie passioni e di sentimenti comuni, ma non per questo meno sorprendenti e complicati, passava attraverso il sentimento di novità che la conoscenza delle opere di Svevo suggeriva. Gli scrittori che andavano alla ricerca di una strada sconosciuta avevano avvertito istintivamente nell’autore della Coscienza di Zeno un compagno di strada, la cui lezione improvvisa giovava “più di vent’anni di pessima letteratura.” Questa “pessima letteratura” era ormai una zavorra fastidiosa, un filtro ingannevole e perfino deformante. Si adagiava sulla certezza di fondamenti stabili, di leggi definitive e infallibili, che autorizzavano l’illusione di uno studio rigoroso delle società umane e dei processi psicologici che avvenivano dentro di quelle. La tendenza a cui essa stancamente si adattava finiva per convergere ancora sotto l’antico programma di Zola: “donner des simples études, sans péripéties ni dénouement, l’analyse d’une année d’existence, l’histoire d’une passion, la biographie d’un personnage, les notes prises sur la vie et logiquement classée.” 3 Il compito del romanziere, all’interno di questa imperiosa dimensione scientifica e naturalistica, sembrava dover consistere, come riteneva Capuana, nel “sentire e pensare” “non ironicamente, non criticamente, ma con perfetta obbiettività.” 4

Non è forse un caso che il romanzo sveviano nascerà rovesciando sistematicamente questi assunti e chiedendo al narratore l’ironia piuttosto che l’impassibilità, l’intromissione critica in luogo dell’assenza, l’angolazione soggettiva piuttosto che la sicurezza oggettiva della verità. Il segno distintivo della cultura italiana a un finissimo interprete come Roberto Bazlen poteva apparire “la compiutezza formale,” 5 e la scrittura si manifestava come la “conseguenza logica di logiche conseguenze,” un gioco in cui “ogni gesto” è “indiscutibile” e “accettato in pieno,” senza “mai la sensazione della mancanza di ‘copertura’ fra gesto, parola e ambiente.” L’esperienza di Svevo doveva naturalmente presentarsi come una profonda trasgressione, come un atto eversivo che assegnava uno statuto originale e inedito alla funzione del romanzo. La sua “informità formale,” come splendidamente la definisce Bazlen, nasce dal difficile tentativo di rappresentare, nell’ordine e nell’artificialità delle parole, una materia sfuggente, un universo complesso [End Page 2] di pulsioni sotterranee, di comportamenti e di pensieri incrinati, incoerenti l’uno con l’altro. La scrittura, in tutte le fasi che essa attraversa e con applicazioni progressive, anche se con diversi livelli di consapevolezza, si prova a raggiungere, in una scommessa paradossale e rischiosa, un equilibrio difficile, delicato, intentato. 6 Essa aspira a dare forma, con esattezza e precisione geneticamente precaria, a stati d’animo che sono per loro costituzione informi, e cioè senza forma...

Additional Information

ISSN
1080-6598
Print ISSN
0026-7910
Pages
pp. 1-30
Launched on MUSE
1996-01-01
Open Access
No
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