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Bellaud de la Bellaudière, poeta petrarchista

From: Tenso
Volume 29, Numbers 1-2, Spring-Fall 2014
pp. 69-87 | 10.1353/ten.2014.0002

In lieu of an abstract, here is a brief excerpt of the content:

Nel Petrarchismo occitano si possono a grandi linee evidenziare tre momenti principali: l’approccio umanistico-archeologico di Jean de Nostredame, il quale, lavorando su edizioni italiane e lionesi dei Rerum Vulgarium Fragmenta e dei Trionfi, considera Petrarca l’ultimo dei trovatori e a lui si ispira nel forgiare i falsi trobadorici (in provenzale modernizzato) inseriti nelle sue Vies des plus célèbres et anciens poètes provençaux (cfr. Capelli, “‘Anas vous’” 449); la sperimentazione petrarchista sulla—ma anche in alternativa alla—Pléiade, praticata da un gruppo di autori provenzali attivi nella seconda metà del Cinquecento (Louis Bellaud de la Bellaudière, Pierre Paul, Michel Tronc e Robert Ruffi); l’imitazione dei nuovi “classici” francesi, all’insegna di un Petrarchismo ormai trasformatosi in Ronsardismo, da parte della successiva generazione poetica, di marca guascona (Bertrand Larade, Pierre Godolin e André Du Pré). Da un lato, il recupero di Jean de Nostredame è una sorta di proto-petrarchismo mascherato da neo-trobadorismo, destinato a rimanere un’esperienza erudita isolata (Casanova, Historiographie 395 ss); dall’altro, gli epigoni già seicenteschi del Petrarchismo guascone rivelano un assoggettamento creativo totale ai modelli francesi. Bellaud de la Bellaudière è un autore di transizione, e la sua produzione—benché in gran parte pubblicata postuma e, dunque, in una forma editoriale non definitiva—è un esempio sintomatico del tentativo di rielaborare e adattare attivamente la “formula” poetica francese al contesto occitano.

1. La diffusione del Petrarchismo in Francia

Oltre e più che un modello di poesia per l’Europa del Cinque e di parte del Seicento, il Petrarchismo è una moda: un repertorio di immagini sentimentali e galanti canonizzate da secoli di tradizione cortese e stilnovista prima, petrarchesca e rinascimentale poi; un linguaggio lirico altamente formalizzato e facilmente adattabile alle variazioni locali o personali; un codice retorico catalizzato dalle antitesi e dagli ossimori a livello formale, dalla forma-sonetto a livello metrico e dal macrotesto canzoniere a livello strutturale. La storia d’amore di Petrarca per Laura, spogliata progressivamente delle sue implicazioni allegoriche di cammino di perfezionamento dell’anima verso Dio, diventa, già nel Quattrocento italiano, una materia d’intrattenimento cortigiano, una sorta di diario intimo dell’innamorato che canta il proprio amore e i propri tormenti d’amore per una donna di superiore bellezza e ineguagliabili virtù. L’autore dei Rerum Vulgarium Fragmenta (RVF) e “molti eccellentissimi poeti” suoi imitatori godono di un vasto successo anche fuori dai confini nazionali, vengono antologizzati e tradotti.

In Francia, il primo traduttore di Petrarca è Clément Marot che inserisce la propria versione della canzone “Standomi un giorno solo” (RVF 323) nella Suite de l’Adolescence clémentine (1533), mentre bisogna aspettare fino al 1555 per la traduzione integrale del Canzoniere di Petrarca, ad opera di Vasquin Philieul di Carpentras (Bellati 203-204). Valida la tripartizione ormai classica del Petrarchismo francese in una fase iniziale d’interesse erudito, suscitato e promosso dal sovrano mecenate e poeta Francesco I, una fase centrale di splendore creativo legato al genio ronsardiano e agli autori della Pléiade, e una fase manierista che con Desportes preannuncia i preziosismi del Barocco, si osserva la complessiva, predominante influenza sui poeti transalpini dei Petrarchisti italiani rispetto a Petrarca: Serafino Aquilano e gli strambottisti quattrocenteschi, Bembo e i suoi discepoli cinquecenteschi (Vianey 7-10).

La letteratura occitana aderisce a questa tendenza paneuropea mostrando alcune specificità che derivano dalla particolare situazione politica e linguistica del Midi, venutasi a creare a séguito dell’editto di Villers-Cotterêts (1539) che, ufficializzando l’utilizzo esclusivo—in campo giuridico e amministrativo—del francese, declassa di fatto le varietà occitane al rango di patois e la produzione in occitano a letteratura dialettale. La conseguente dialettica di confronto/scontro che si innesca tra la cultura diventata “minoritaria” e la cultura ufficiale, con la prima impegnata a rivendicare la propria dignità e la propria originalità, spiega sia il ritardo cronologico delle prime manifestazioni del Petrarchismo occitano, sia la sua natura di Petrarchismo di secondo grado, modellato cioè direttamente non sugli autori italiani ma su quelli francesi (cfr. Martel).

Se, dunque, la scelta del francese come lingua letteraria è l’alternativa al rischio di isolamento regionalistico (optano, ad esempio, per il francese Clément Marot, caorsino, e Salluste...



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