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Fiormonte, Domenico, and Cinzia Pusceddu. 2006. "The Text as Product and Process. History, Genesis, Experiments". In Manuscript–Variant–Genese/Genesis, eds. Edward Vanhoutte and Marcel De Smedt, 109–28. Gent: Koninklijke Academie voor Nederlandse Taal- en Letterkunde.

Di fronte a un prodotto letterario, quale che sia la prospettiva critica da cui lo si avvicina, il primo problema da affrontare è quello—monumentale—del Testo, della sua elaborazione, della sua definizione, della sua rappresentabilità. La banalità di questa affermazione si giustifica solo considerando che il saggio di Fiormonte e Pusceddu propone una messa a punto e una riformulazione proprio della concezione di Testo alla luce delle recenti acquisizioni delle scienze cognitive e del prepotente irrompere all'interno delle discipline umanistiche dell'informatica con, in particolare, tutti i suoi aspetti legati alle possibilità offerte dalla digitalizzazione dei testi.

Gli Autori, infatti, individuano proprio nella 'rivoluzione informatica' un mutamento di paradigma nella concezione di Testo che, associandosi ad alcune delle maggiori conquiste della critica testuale novecentesca, impone il proprio cambio paradigmatico alla stessa critica testuale (e in particolare [End Page 143] alla filologia).1 Se il testo viene ormai comunemente concepito come il risultato di una composizione dal processo plurifase,2 tale statuto viene completamente messo in discussione dalle nuove tecnologie comunicative che tendono ad appiattire lo spessore dato da tali successivi interventi autoriali in un post-moderno hic et nunc, spazialmente organizzato nella virtualità digitale e cronologicamente distribuito in un presente (potenzialmente eterno) che—pur nella possibilità per i testi digitali di un continuo intervento revisorio impensabile per i testi cartacei—tende inevitabilmente a coincidere con l'immissione del testo in questa virtualità o, ancora più drasticamente, con il battere delle dita sulla tastiera di un computer.

Lo sviluppo di questo processo è ben esplicitato dagli Autori fin dalla scelta stessa dei quattro punti che strutturano il loro intervento. Nel primo (A new paradigm of the text, 109–14) viene innanzitutto tracciata una sintetica e precisa storia della cosiddetta critica delle varianti o variantistica italiana che, dopo i pioneristici lavori di Pasquali, Debenedetti e Barbi,3 trova il suo massimo rappresentante in Gianfranco Contini.4 Nella sua attenzione per il 'non finito' poetico che lo stesso Contini—nel celeberrimo incipit del suo saggio petrarchesco5—pone in parallelo con alcune teorie letterarie e pratiche realizzazioni di Mallarmé e Valéry, gli Autori colgono il germe di una nuova concezione del testo come lavoro fluido, perennemente in progress che starebbe alla base dei nuovi statuti testuali. Due sono le elaborazioni [End Page 144] fondamentali di questi assunti basilari. La prima—già ben contenuta nell'esperienza critica di Contini—è il saldarsi della variantistica con i più avanzati e reattivi assunti teorici dello strutturalismo (AVALLE 1972, 1975, CORTI 1976). Fondamentale, in questa prospettiva, è la concezione del testo come sistema e poi, ancora più in particolare, l'elaborazione da parte di Cesare Segre del concetto di diasistema, che rifocalizza completamente la dinamica ermeneutica del testo letterario (Autore-Testo-Lettore/Critico). Il secondo sviluppo coincide con la nascita in Francia della critique génétique, che rispetto alla disciplina 'sorella' italiana si rivela più interessata a fenomeni macro-variantistici,6 a maggiori e più sostanziali trasformazioni dei contenuti di una singola opera, alle 'costellazioni' di manoscritti, alla rappresentazione più che all'edizione, ecc.: un'idea di testo, insomma, caratterizzato da successive 'aperture' e 'chiusure' (forse 'costruzioni' e 'decostruzioni'?) che, dopo le formulazioni di Derrida, imboccherà strade concettuali ancora diverse da quelle prese in considerazione da Fiormonte e Pusceddu (e quindi anche da questa recensione).

Nella seconda sezione del loro lavoro (Philology or post-philology?, 114– 20), gli Autori partono dalla seguente constatazione: "one of the elements that French genetic criticism and Italian variantistica have in common is the recognition of the multidimensionality of the written document" (114), in una dimensione che—come già accennato più sopra—supera una concezione univoca, monolitica e statica tanto del soggetto Autore, quanto dell'oggetto Testo. Tali traguardi ermeneutici (e quindi, in qualche modo, disciplinari) verrebbero ancora una volta messi in discussione (o meglio portati al loro grado estremo) dallo statuto preminentemente informatico del nuovo-testo. In questa nuova entità emergerebbero tre inedite dimensioni, legate al "role of visual knowledge...

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